Da anni, nelle redazioni di svariati giornali occidentali, nelle sedi delle reti televisive di “informazione” e su centinaia di siti web viene combattuta, silenziosa, una guerra d’aggressione di vaste proporzioni. Un’ampia maggioranza di coloro che la combattono sono in gran parte inconsapevoli di farlo, in quanto imbeccati abilmente dai suoi pochi ideatori, sottili pensatori che hanno portato avanti con cinismo il perseguimento del loro scopo: la distruzione della reputazione di una nazione mai allineata al coro di voci bianche che ha l’assurda pretesa di definirsi “Mondo Libero”, ottenuta attraverso una demonizzazione costante del suo governo, esagerando oltre misura gli errori dell’esecutivo e presentando in maniera parziale le reali dinamiche interne al paese. È dai tempi dell’aggressione mediatica all’Iraq di Saddam Hussein, iniziata nel 2000 con le prime denunce riportate da quotidiani americani riguardo la possibile esistenza di fantomatiche armi di distruzione di massa e culminata con la famosa “provetta” esibita da Colin Powell dinnanzi all’assemblea generale dell’ONU, “pistola fumante” che giustificò l’imminente invasione agli occhi dell’opinione pubblica, che il sistema dei media non si rende colpevole di un’aggressione tanto deplorevole quanto quella che sta subendo negli ultimi mesi e anni il Venezuela bolivariano.

Dal 2002, quando i media statunitensi e spagnoli furono solertissimi nel riconoscere come una benedizione il golpe che, per un giorno solo, destituì Chavez dalla presidenza facendo per poche drammatiche ore intravedere una turpe restaurazione del precedente regime, al settembre 2015, con la discutibile levata di scudi in favore dell’aspirante caudillo Leopoldo Lopez, recentemente condannato per istigazione alla violenza, si può parlare di una violenza verbale continuamente sdoganata e lasciata libera ad autoalimentarsi. È innegabile che per la Repubblica Bolivariana la situazione sia tutt’altro che rosea, di questi tempi: la pressione concentrica della caduta dei prezzi del petrolio e dell’aumento dell’inflazione sta tuttavia venendo rinvigorita dai continui tentativi di isolamento internazionale cui cercano di sottoporla gli USA e i loro affiliati. Proprio dal caso di Lopez, tema centrale nei notiziari dell’America Latina nelle ultime settimanali ma a dir poco ignorato dalle nostre parti, è possibile analizzare il modus operandi attraverso questa aggressione che, seppur solo verbale, è legittimo definire imperialistica.

Partiamo dall’antefatto: bisogna ritornare a circa un anno e mezzo fa, nel pieno della crisi che metteva seriamente in crisi il futuro della nuova realtà statale venezuelana. Fallita per due volte la via elettorale, dopo le sconfitte in successione di Caprilles contro Chavez e Maduro, l’opposizione al governo del Movimento Quinta Repubblica ha assunto connotazioni sempre più estremiste, sino a trovare nel movimento di Leopoldo Lopez, Voluntad Popular, la sua espressione più solida. La congiuntura degli eventi pareva favorevole all’attuazione del piano di destabilizzazione del governo, e Leopoldo Lopez guidò una serie di proteste di piazza, caratterizzate dalla presenza di una considerevole percentuale di facinorosi e violenti: in tal caso, replicò il copione del 2002, quando fu filmato nitidamente il suo tentativo di occupare manu militari l’ambasciata di Cuba, il più solido alleato del Venezuela di Chavez. Le proteste assunsero presto il carattere di una vera e propria guerriglia, con l’estrema destra dichiaratasi rappresentante della borghesia moderata (altamente colpita dalla crisi, ma che in generale ha scelto metodologie di protesta più moderate, al contrario di quanto riferito dai media nostrani) lanciata all’assalto delle forze fedeli al governo. Per Caracas e le principali città si accesero violenti scontri armati, connotati dai tentativi dei protestanti di arroccarsi attorno a vere e proprie barricate di filo spinato e chiodi, le guarimbas, responsabili dello sgozzamento di diverse persone. Il tutto mentre l’Occidente gridava allo scandalo per la “brutalità del regime di Maduro”, tanto crudele nel soffocare dei moti di protesta di sinceri democratici.

Il saldo finale parlò di oltre quaranta morti, dai nostri nuovamente accollati esclusivamente alle responsabilità del presidente, tacendo il fatto che buona parte di questi fossero agenti delle forze di sicurezza intenti a contenere il dilagare dello squadrismo e a proteggere la democrazia nel paese. Arrestato il 18 febbraio 2014, a Lopez sono stati contestati crimini come l’incendio doloso (art. 343 del Codice Penale), l’istigazione alla violenza (art. 285 del Codice Penale), danneggiamenti alla proprietà pubblica (art. 83, 473 e 474 del Codice Penale), e l’associazione a delinquere (art. 37 del Codice Penale), con l’aggravante di aver infranto la Legge Organica contro il Crimine Organizzato e il Finanziamento al Terrorismo. Una somma di reati decisamente gravi, abbastanza da giustificare il pugno duro della magistratura venezuelana, che ha comminato una pena di 13 anni per l’aspirante Pinochet venezuelano, come è stato di recente definito da Fabio Marcelli sul “Fatto Quotidiano”.

Conoscendo le premesse, è facile smantellare il castello di cartone entro cui fanno quadrato i benpensanti alla Saviano, coloro che scrivono parlando a sproposito di argomenti con i quali hanno poca o nulla dimestichezza, basandosi sulle scarne comunicazioni di poche agenzie statunitensi o su cronache tendenziose in gran parte inventate. Nel circo mediatico degli ultimi giorni, attorno agli accorati e spudorati appelli degli USA, che chiedono a gran voce la liberazione del fasciopiromane Lopez, si possono leggere articoli e post che continuano a riferirsi a un condannato per reati tanto gravi come a un “prigioniero politico”, definizione che denigra automaticamente il governo in difesa del quale è stata emessa la sentenza, annoverandolo una volta di più tra i paria, gli “Stati Canaglia”. La saldezza dimostrata dal governo bolivariano nell’ultimo anno e mezzo probabilmente preoccupa qualcuno, nelle alte sfere del “Mondo Libero”; e se l’ultradestra americana invoca nuove e peggiori sanzioni nei confronti del Venezuela dopo la condanna di Lopez, resta da chiedersi per quanto continuerà questa farsa mediatico-politica e se il suo recente inasprimento non debba farci temere per ulteriori, gravi, sviluppi.