A un mese dall’inizio delle operazioni militari russe sul suolo siriano, il Ministero della Difesa ha pubblicato un importante resoconto dei risultati conseguiti dalle forze armate di Mosca dal giorno di inizio dell’intervento: secondo quanto riporta Russia Today, gli aerei, i droni e i missili russi hanno colpito oltre 1600 obiettivi militari riferibili all’ISIS nel corso di 1400 sortite. Degli attacchi compiuti dall’aviazione e, attraverso il lancio di missili dalle navi nel Mar Caspio, dalla marina il ministero dà dettagliate e nutrite descrizioni; queste cifre sono una conferma della sempre maggiore volontà di Mosca di giocare un ruolo di primo piano nella lotta al sedicente Stato Islamico, le cui forze sono sottoposte a un martellamento ora dopo ora sempre più intenso, a cui si aggiunge la ritrovata grinta delle forze di terra di Assad, a cui l’appoggio russo ha dato nuova linfa. La Russia fa sul serio; lungi dall’adottare la blandizia della coalizione a guida USA, che contribuisce miseramente alla causa sganciando una media di cinquanta ordigni al giorno, sufficienti tuttavia a sbandierare un’inesistente volontà di arginamento del fenomeno terrorista, ogni possibile bersaglio è ricercato, nel novero delle infrastrutture colpite rientrano campi di addestramento, centri di comunicazione, depositi d’armi e fortini difensivi. L’assalto dell’orso è graffiante, deciso, Putin sa bene che non esisteva nessuna linea di condotta credibile alternativa a quella seguita, e le forze armate interpretano di conseguenza le direttive del Cremlino. Ai dirigenti politici e miliari russi spetta il merito di aver capito che l’avversario che ci si trova di fronte ha commesso un grave errore e prestato il fianco alle iniziative dei suoi avversari allargando troppo la zona di operazione e le linee di rifornimento, tentando di strutturarsi come un vero e proprio esercito “nazionale” senza averne le disponibilità organizzative e logistiche. I Su-30, i Su-24 e i Mi-30 non hanno mai concesso requie; sulla linea del fronte tra l’esercito di Assad e quello del Califfato, in particolare, chirurgici raid hanno stressato continuamente il nemico, favorendo l’avanzata dei governativi. Prova del progressivo miglioramento della coordinazione in via di sviluppo tra la VVS, l’aviazione russa, e le truppe siriane è stata la liberazione dai jihadisti della provincia di Latakia, “ripulita” completamente entro il 20 ottobre.

Sono degne di nota e interesse anche le note informative e gli studi dei principali quadri strategici russi sulle condizioni attuali in cui si troverebbero i miliziani dell’ISIS. Sempre Russia Today riporta le dichiarazioni di un importante ufficiale, Andrey Kartapolov, secondo il quale le armate del Califfato sarebbero “altamente demoralizzate”. Lo scontento nei confronti dei comandanti sul campo aumenta sempre di più, e crescono in continuazione le diserzioni dei meno decisi tra i foreign fighters. L’azione russa ha perciò portata mondiale, un’influenza travalicante i confini del Medio Oriente: se per oltre un anno l’ISIS ha affascinato e stuzzicato la fantasia dei fondamentalisti e dei terroristi di tutto il mondo, potendo contare su un flusso ininterrotto di volontari pronti a combattere sotto i suoi stendardi, un solo mese di incursioni aeree russe hanno intaccato profondamente questa aura nefasta di cui il Califfato era riuscito a circondarsi. Inoltre, le consistenti perdite materiali subite hanno contribuito al deteriorarsi del potenziale militare dell’ISIS, la cui sconfitta è tuttavia ancora lontana, in quanto qualsiasi esercito voglia debellarlo sarà costretto a prendere la gravissima decisione di portare la guerra proprio nel cuore del suo stesso dominio, fino alla capitale Raqqa. A questo proposito, avrà un peso decisivo il ruolo che saranno in grado di ricoprire i consistenti rinforzi iraniani arrivati di recente in territorio siriano. A partire dal primo giorno di ottobre, infatti, almeno 7.000 pasdaran della Guardia Rivoluzionaria sono giunti sul teatro di guerra; quando il dispiegamento dei nuovi arrivati sarà completato spetterà al più abile comandante da campo dei giorni nostri, Qasem Suleimani, guidarle in battaglia. Allo stato attuale, i nuovi arrivati iraniani presidiano settori importanti come quelli di Masyaf, presso Tartus, Slunfeh e Ras al-Bassit, nella provincia di Latakia.

Considerate tutte le variabili in gioco, si nota chiaramente come la chiave di volta della situazione geopolitica in Siria sia la continuità dell’azione russa; è stato l’intervento richiesto da Assad a Putin a sbloccare l’impasse che si era venuta a creare sul campo di battaglia, conseguendo il risultato favorevole di evitare il prolungarsi della fase di stallo. Ora, se la Russia vuole risultare vittoriosa, è necessario che Assad si muova, rivolgendo le proprie insegne verso il Califfato. L’appoggio dell’Iran risulterà quanto mai prezioso nelle prossime battaglie terrestri; l’impossibilità di una soluzione politica nel conflitto con l’ISIS rende purtroppo inevitabile il prolungarsi delle operazioni militari. Lungi dal credere in guerre che pongano fine a tutte le guerre, si potrebbe più modestamente sperare che questa guerra ponga fine ad alcune guerre, ovverosia i tanti piccoli conflitti, aspri, crudi e brutali, che da anni oramai hanno insanguinato una Siria sempre più martoriata.