E l’accordo scoperchiò il vaso di Pandora. Lungi dal fare chiarezza sul reale futuro delle relazioni tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea, l’accordo sul nuovo status con cui Londra verrà d’ora in avanti garantita nella sua appartenenza al gruppo dei 28 stati ha posto in essere spinose questioni, ridestato conflitti solo apparentemente sopiti e spinto a numerose considerazioni sul reale avvenire della costruzione europea. Il conservatore Cameron ha decisamente forzato la mano dell’Europa, nella ricerca di questo accordo, promettendo in cambio delle numerose concessioni accordate al Regno Unito il sostegno deciso e incondizionato del governo britannico al fronte dei contrari alla Brexit nel referendum decisivo che si terrà il 23 giugno. Egli ha posto in essere una scommessa rischiosa, sulla quale nel lungo termine rischia di veder sgretolare sotto i suoi occhi la netta maggioranza conquistata dal Partito Conservatore nelle scorse elezioni politiche. Nei fatti, l’accordo raggiunto da Cameron con gli altri 27 capi di stato e di governo dell’Unione Europea prevede per la Gran Bretagna vantaggi fiscali, maggior flessibilità per quanto concerne la futura adesione a meccanismi comuni ai vari paesi, ampia autonomia monetaria (si certifica, di fatto, la non sovrapponibilità nel lungo termine tra area Euro e Unione Europea) e concessioni significative di vario tipo sul futuro status dei cittadini europei o provenienti dall’Europa nel territorio britannico, le cui prerogative saranno d’ora in avanti decisamente limitate. Tutto questo, nell’idea del primo ministro, sarebbe dovuto bastare per spingere i Tories a passare in blocco al fronte del “No” sulla scia della brillante azione condotta dal suo esponente di governo. Tuttavia, ha finito per sortire l’effetto opposto. Esponenti di primo piano del governo Cameron hanno sconfessato il premier (primo fra tutti un membro tra i più fidati della sua squadra, nonché amico personale, il ministro della Giustizia Michael Gove), e la fronda interna al suo partito capeggiata dal sindaco di Londra Boris Johnson ne ha inoltre approfittato per dichiarare in maniera decisa la propria adesione alle cause dello schieramento pro-Brexit. La vittoria dei “No” non appare dunque così scontata, e la crisi interna apertasi nel Partito Conservatore e nel suo governo su tale tema cruciale ha finito per rinfocolare ulteriori questioni del dibattito pubblico britannico: la brillante leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, si è infatti dichiarata favorevole al mantenimento del Regno Unito nell’Unione ma ha altresì avvertito che un’eventuale vittoria del “Sì” al referendum di giugno potrebbe causare una forte accelerazione al processo secessionista scozzese, attualmente in stand-by vista la cospicua rappresentanza di cui lo SNP gode a Westminster.

La spaccatura interna al governo è sintomatica dei rapporti da sempre conflittuali tra il Regno Unito, la sua opinione pubblica e la struttura sovrannazionale europea, con la quale i governi alternatisi al numero 10 di Downing Street hanno più volte avuto scontri o particolari motivi di tensione. In primo luogo, non è mai andata giù a Londra il progressivo costituirsi di un’Unione Europea egemonizzata dapprima dal direttorio franco-tedesco e, negli ultimi anni, dallo strapotere economico, politico e diplomatico della Germania. Dalle aspre critiche della Thatcher sulla gestione dei fondi comunitari, a suo parere mal gestiti da Bruxelles (celebre il suo I want my money back!), sino al rifiuto opposto dal Regno Unito all’ingresso nell’euro dopo la spiacevole esperienza del Sistema Monetario Europeo, che si era conclusa nei torbidi degli attacchi speculativi alla sterlina e alla lira portati avanti dal finanziere George Soros, le contrapposizioni non sono mancate. E anche nell’ultimo decennio, a dichiarazioni di facciata concernenti la volontà britannica di prendere parte attiva ai processi europei, non è mai mancato un certo grado di insofferenza da parte di Londra verso le decisioni politiche degli alleati: sono casi emblematici gli scontri verificatisi ai tempi della grande crisi del 2011 sulle politiche da adottare per rilanciare l’economia e negli ultimi mesi sulla questione dei migranti. Nel primo caso, il governo Cameron fu facilitato dalla maggior spazio di manovra in campo valutario concesso al Regno Unito, che poté lasciare la sterlina libera di fluttuare sui mercati e oppose alla turbolenza finanziaria una risposta più decisa e incisiva dell’incerta e scricchiolante politica condotta nell’Eurozona a colpi di austerità e rigidità nei cambi, e si iniziò a evidenziare la peculiarità del caso britannico rispetto alle sue controparti continentali. Nel secondo, il dramma dei profughi così ingannevolmente attratti dalle temporanee promesse di apertura incondizionata delle frontiere da parte della Merkel e poi rimasti intrappolati negli ingranaggi del ben poco oliato meccanismo di accoglienza europeo è divenuto la base concreta di un inasprimento delle relazioni bilaterali tra Londra e l’Unione Europea. Dinnanzi alle ben note scene delle migliaia di rifugiati accampati nei pressi di Calais in attesa di poter passare la Manica e giungere nel Regno Unito, il dibattito politico britannico si è acceso: il tema cruciale delle discussioni ha sin dall’inizio riguardato la reale sostenibilità del mantenimento del Regno Unito nella comunità dei 28, dato che da molti l’appartenenza all’Unione Europea era vista come un fattore nettamente sfavorevole per la nazione, causa di numerosi problemi dovuti essenzialmente a decisioni prese senza coinvolgere attivamente la Gran Bretagna o considerando esclusivamente i paesi aderenti alla moneta unica. Nel panorama politico britannico, dunque, si è ritornato a parlare della possibilità di un’uscita dall’Europa unita (cioè di una Brexit) come di una prospettiva concreta per il futuro immediato. Col passare dei mesi, il fronte dei favorevoli alla Brexit si è allargato dagli storici sostenitori dell’United Kingdom Indipendence Party (UKIP) a settori per nulla ristretti del Partito Conservatore, uscito largamente vincitore nelle elezioni del 2015. Giocando sul rischio concreto di una Brexit, essendo già stato convocato un referendum in proposito, Cameron ha forzato i tempi nella ricerca di un accordo con l’Europa, sulla cui durata si gioca la sua poltrona e il suo futuro politico; e il fatto che da Bruxelles siano stati accomodanti nell’accogliere le richieste britanniche di autonomia di movimento nel contesto comunitario è sintomatico della forte crisi che l’Unione Europea sta vivendo.

Indipendentemente dalla durata che avrà, indipendentemente dall’influenza che potrà avere nell’esito finale del referendum di giugno, la concessione di un vero e proprio “statuto speciale” al Regno Unito rappresenta una nuova testimonianza della sconfinata ipocrisia dell’Europa. A benedire questo gentlemen’s agreement che giova alle numerose multinazionali e corporations finanziarie basate nel Regno Unito prima ancora che al Regno Unito stesso è la medesima Commissione europea per la quale, nel corso di tutto il 2015, la Grecia ha rappresentato non un interlocutore con cui dialogare ma un suddito ribelle da castigare. Al netto della cialtroneria dimostrata col passare dei mesi da Alexis Tsipras, è innegabile che le volontà di cambiamenti nel sistema politico greco dimostrate dal leader di Syriza ai tempi della sua prima vittoria elettorale nel gennaio 2015 siano state lentamente annebbiate dal comportamento dittatoriale di Bruxelles nei confronti della Grecia, nella cui politica interna l’Unione Europea si è più volte intromessa prepotentemente, arrivando a influenzare in maniera decisiva il corso degli eventi e gli orientamenti dell’opinione pubblica a colpi di diktat. Si è arrivati al clamoroso parossismo, al caso senza precedenti nella recente storia europea di un primo ministro capace di farsi rieleggere due volte nel corso dello stesso anno con due programmi completamente antitetici tra di loro: tra lo Tsipras riformista vincitore nel gennaio 2015 e il Quisling incaricato di rendere operativo il memorandum di privatizzazioni e completa svendita della sovranità nazionale ellenica dopo l’affermazione alle elezioni di settembre passano mesi in cui l’Europa, col suo pervicace rifiuto di margini di trattativa degni di tal nome, ha soffocato ogni volontà di cambiamento nella maggioranza del popolo greco. Una situazione diametralmente opposta a quella verificatasi più recentemente nel caso britannico, dato che di fronte alle richieste di un interlocutore dotato di un potere contrattuale immensamente più forte di quello detenuto dalla piccola e indebitata Grecia Bruxelles è infine giunta a concessioni di portata non indifferente. La differenza nelle condotte dell’Unione Europea nelle due casistiche, al netto delle situazioni congiunturali differenti in cui si trovavano e si trovano tuttora i due paesi, è una nuova e inconfutabile dimostrazione dell’intollerabile doppiopesismo con cui questa istituzione si muove, comportandosi in maniera tirannica con chi ha pochi strumenti di difesa dall’imposizione di volontà esterne e aperta a compromessi solo laddove non sussista la possibilità di poter agire di autorità. Un’istituzione che ora più che mai è infinitamente lontana dal suo fine dichiarato di fungere da strumento di sviluppo e integrazione tra i popoli europei, ritrovandosi a essere causa di laceranti contrapposizioni indotte e periodicamente esacerbate dai comportamenti incoerenti da essa tenuti.