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Decenni di politiche di cooperazione e sviluppo per l’Africa non hanno portato a nulla, anzi. I modelli di queste, promosse dai paesi occidentali, non hanno di certo migliorato la situazione del continente, che si ritrova ancora in una condizione di sottosviluppo che costringe un’innumerevole quantità dei suoi abitanti ad emigrare. Queste politiche, a conti fatti, sono servite soltanto ai paesi occidentali per accaparrarsi a prezzi irrisori le risorse di cui l’Africa dispone, mentre i fondi stanziati finivano sempre nelle tasche di governi corrotti coi quali collaboravano, che non li investivano in progetti concreti. Di fatto tutto questo è passato senza esagerazione sotto il termine di neocolonialismo.  Ad aver invertito la rotta è stata la Repubblica Popolare Cinese, che ha adottato un sistema di cooperazione ben diverso. A riparlarne è stato Giuliano Marrucci in un un breve documentario trasmesso su Rai 3 da Report il 31 Ottobre. Ecco qualche dato per comprendere l’entità della cooperazione tra il Dragone e l’Africa. In Kenya hanno costruito 600km di ferrovia che collegano Nairobi a Mombasa. Lavori iniziati nell’Ottobre 2013, inaugurazione prevista per Giugno 2017. Costo: 3,6 miliardi di euro. In aggiunta 50 km di autostrada a otto corsie che collegano Nairobi alla città industriale di Thika. Lavori iniziati nel 2010 e conclusi due anni dopo. Sono costati 360 milioni di dollari. In Etiopia hanno ultimato la prima metropolitana di superficie di tutta l’Africa: “Addis Abeba Light Rail”. Lavori iniziati nel Dicembre del 2013 e conclusi quest’anno. In più 700 chilometri di ferrovia che collegano Addis Abeba a Gibuti e  85 chilometri di autostrada a sei corsie che da febbraio collegano la capitale ad Adama.  In Angola in dieci anni hanno finanziato infrastrutture per circa 20 miliardi di dollari. Un totale di 2.233 km di ferrovie, 3.530 km di strade, 132 fra ospedali e scuole.

Servizio in Inglese di Al Jazeera su come la Cina stia cambiando il continente Africano

Cosa ci guadagna la Cina in tutto questo? Materie prime. Si calcola che una percentuale tra l’80 e il 90% delle esportazioni africane siano dirette proprio in Cina. Le accuse di colonialismo cinese certo non mancano, ma così risponde Justin Yifu Lin, ex economista della Banca Mondiale:

“Le cose sono un po’ diverse rispetto a quando le potenze occidentali si sono accaparrate queste risorse senza pagare un prezzo equo ai paesi africani. Noi stiamo seguendo le regole di mercato. È proprio grazie alla domanda cinese che il prezzo di queste materie prime è aumentato. Questo crea ricchezza, e i paesi africani possono usarla per migliorare le infrastrutture e diversificare le loro economie.”

La Cina fa affari con l’Africa, e lo fa alla pari senza imporsi al di sopra in un rapporto padrone-servo. Questa politica di cooperazione ricorda molto quella dell’Italia con Enrico Mattei: trattare alla pari coi paesi produttori, farci affari senza imporre condizioni a loro sfavorevoli. L’Italia in quegli anni colonizzava i paesi produttori di petrolio? Eppure gli operai dell’ENI nei paesi produttori non navigavano certo nell’oro e non lavoravano in condizioni ottime e auspicabili. Però ciò permetteva a questi paesi di guadagnare di più e di liberarsi dal giogo delle sette sorelle. Con la stessa logica con cui affermeremmo che la Cina colonizzi oggi l’Africa dovremmo affermare che anche l’Italia colonizzava i paesi produttori con la gestione di Enrico Mattei. E queste sono affermazioni fuorvianti e fuori da ogni logica. Del resto, nessun politico africano che porta avanti la cooperazione con la Repubblica Popolare si sente minacciato, ricattato o soggiogato: un motivo ci sarà.

Enrico Mattei spiegava così la sua visione dei rapporti tra Eni e Paese ospitante

Si può discutere, e si deve, se sia giusto che l’Africa esca dal sottosviluppo assimilando il modello di industrializzazione cinese e se sia giusto che le imprese cinesi delocalizzino nel continente, dopo che per decenni erano quelle occidentale a delocalizzare da loro. Ma affermare che ciò che sta facendo la Cina in Africa sia colonialismo è un grosso errore, soprattutto perché è grazie a questa cooperazione che il continente africano sta uscendo progressivamente da una condizione di estrema difficoltà causata soprattutto da secoli di colonialismo, neocolonialismo, assassini e sabotaggi di ogni persona o partito che parlasse di indipendenza (Sankara, Lumumba, Gheddafi e tanti altri). Insomma, troppo spesso si confonde la soluzione con la causa. Il dato certo è che oggi l’Africa è un alleato della Cina, economico ma anche politico. Non a caso a spingere per coinvolgere il Sud Africa nei BRICS fu proprio la Repubblica Popolare: questo non fu un semplice atto per un tornaconto economico, ma una vera e propria dichiarazione che la Cina e gli altri paesi emergenti volevano l’Africa dalla loro parte. E questa, visto che è a causa dell’altra che è gravemente sottosviluppata con migliaia di problemi, non può che esserne contenta. Può piacere o meno ma questo sarà il secolo cinese: intanto più passa il tempo più l’Africa si sente grata per gli investimenti che vengono fatti lì. Prima di giudicare, noi occidentali dovremmo fare un passo indietro e pensare al perché l’Africa oggi stia in queste condizioni, e poi a cosa la Cina sta facendo per farcela uscire.