Negli ultimi mesi, da quando il suo governo ha impresso un’accelerazione decisa alle sue politiche neo-ottomane di ingerenza nelle questioni mediorientali, giocando malissimo le sue carte tentando di portare avanti la partita su tavoli separati e inconciliabili, la Turchia sta vivendo un susseguirsi di tensioni, paure, attentati e morti violente. Le bombe esplose in località così diverse e distanti tra di loro, come il quartiere di Sultanbeyli a Istanbul e la remota provincia di confine di Sirnak, testimoniano come questo “anno di piombo” stia prostrando e mettendo in difficoltà l’aspirante paese egemone del Medio Oriente.

A Erdogan e ai suoi, artefici negli anni passati di alcuni dei principali successi del governo di Ankara in ambito politico, diplomatico e economico, appartengono le maggiori responsabilità per l’escalation di violenza che sta insanguinando la Turchia; i maggioranti dell’AKP sono stati i principali fautori del clima da guerra civile che aleggia nel paese e delle decisioni scriteriate in politica estera che hanno portato a discutibili decisioni come l’opposizione ad oltranza nei confronti di Assad, a una lunga e malcelata convergenza con gruppi armati fondamentalistici vicini allo Stato Islamico e, infine, agli sciagurati raid aerei delle ultime settimane che, pur prendendo di mira dichiaratamente il Califfato, in realtà sono indirizzati principalmente nei confronti dei curdi e del PKK. Proprio dal partito radicale curdo sono giunte le dure risposte materializzatesi nelle bombe degli ultimi giorni; messo sotto assedio dal montare dell’opposizione e da una generale presa di coscienza da parte di un’ampia fetta della popolazione, Erdogan è stato spinto su posizioni estreme che hanno generato cicli di violenza destinati ora ad autoalimentarsi.

Nel tentare di rompere l’isolamento verso cui si sta spingendo inesorabilmente, la Turchia ha aperto alla coalizione internazionale le proprie basi aeree e briga affinché le forze anti-Assad riconquistino vigore, addestrando migliaia di miliziani sul suo territorio. Tuttavia, la mancanza di una strategia ben definita, in politica interna come in politica estera, rende il governo turco debole, un cane sciolto i cui colpi di testa potrebbero aggravare la già precaria situazione del Medio Oriente.