Considerando la copertura (diplomatica, mediatica e internazionale) che gli accordi presi con l’Unione europea hanno generato in favore di Ankara, Erdogan si starà fregando le mani soddisfatto ogni giorno da quando la Merkel – presentatasi alla corte del Sultano – si è genuflessa tendendo in avanti le mani che stringevano i 3 miliardi di euro, una, e l’accordo da firmare, l’altra. Ecco perché viene spontaneo pensare che la risoluzione votata ieri dalla Bundestag (la camera bassa del Parlamento tedesco) faccia parte di un teatrino che potrebbe permettere alla Cancelliera Merkel di uscire leggermente più pulita dopo gli accordi, sporchi, stretti con il dispotico Erdogan. Il presidente della Turchia non appena appresa la notizia del voto sul genocidio armeno ha alzato la voce intimando, con toni gravi, il rientro dell’ambasciatore turco d’istanza a Berlino.

Sarebbe però ingenuo credere che il leader turco abbia l’intenzione di rovinare i rapporti con la Germania per un semplice voto che non ha nessuna valenza pratica. Perché? Perché se non fosse stato per gli accordi presi con l’Ue (e quindi, di fatto, con Berlino) il “Sultano” non sarebbe mai riuscito a rivoltare come un calzino il suo paese, cosa che ha fatto e continua a fare forte della copertura internazionale che gli accordi gli hanno garantito. Firmati questi ultimi infatti, Erdogan, che prima aveva più di qualche riserbo nel mascherare gli atti totalitaristici del proprio governo, ha avuto la strada spianata e non si è più dovuto preoccupare di nascondere il suo operato. E come tutti i sistemi totalitari (in ascesa) che si rispettino prima tra tutti ha attaccato la stampa, ovverò la libertà di parola, di espressione. Sono stati ordinati e compiuti veri e propri blitz negli studi televisivi e nelle redazioni dei giornali nazionali accusati di essere anti-governativi. Il copione sempre lo stesso, confermato dalle immagini video facilmente rintracciabili su internet: le forze armate entravano nelle redazioni armate fino ai denti, combattevano con il popolo che cercava di fermarle e arrestavano giornalisti e manifestanti, senza certo preoccuparsi di non trascendere nella bestialità, come possono testimoniare le immagini divulgate dai cittadini improvvisatisi reporter.

Successivamente, in seguito alle manifestazioni e alle rivolte dei cittadini turchi che sono scesi in piazza per criticare il governo e le restrizioni delle libertà dell’individuo, Erdogan ha cominciato, spietatamente, a schiacciare il suo stesso popolo. Le rivolte sono state e vengono soffocate nella violenza dall’esercito e dalla polizia turca, che con arresti di massa e manganello in mano provano a piegare gli spiriti dei rivoltosi. Le fiammelle della sedizione cominciavano ad accendersi negli animi del popolo e Erdogan sapeva che il suo compito era cercare di spegnerle al più presto, prima che divampasse un fuoco incontrollabile. Tra le immagini che possono riassumere il modus operandi del governo Erdogan particolarmente esemplificative sono quelle che ritraggono camion della polizia spruzzare dai propri idranti un liquido roseo: l’acqua era stata rimpiazzata da liquidi repellenti e dannosi per le persone che venivano costrette a scappare urlando con la pelle rosso fuoco irritata o bruciata, se fortunati, “solo” dal peperoncino.

In questa cornice di violenza e restrizione delle libertà, in questa situazione che sembra l’incubatrice di un mostro di cui si parlerà nella storia a venire, tra i più colpiti troviamo sicuramente la minoranza curda. Non solo l’esercito turco cercava e cerca ogni giorno di penetrare nei quartieri curdi a sud del paese attraverso l’utilizzo delle proprie milizie armate, ma ha anche impedito che la minoranza etnica partecipasse ai Colloqui di Ginevra, che invece dovrebbero avere come firmatari tutte le parti in gioco nel caso il loro obiettivo fosse quello di essere duraturi ma soprattutto concreti ed efficaci per una parvenza di stabilità in Siria. Un ulteriore passo avanti, già intrapreso prima di Erdogan da tutti i leader che nella storia hanno messo avanti prima di tutto non la nazione ma il nazionalismo, è stato mosso l’altro ieri, quando in occasione di un incontro al ventennale della Turgev, una fondazione per l’educazione giovanile che lui stesso creò quando era sindaco di Istanbul, ha dichiarato: “Per i musulmani non ci deve essere controllo sulle nascite”, incalzando, “moltiplicheremo i nostri discendenti, abbiamo bisogno di aumentare il numero dei nostri eredi.” Durante l’incontro è stato ribadito da Erdogan quale debba essere il ruolo delle donne nella società turca, ovvero “prima di tutto madri”. Nell’ultimo anno la Turchia ha speso 130 milioni di euro per sostenere la natalità. Pochi in fin dei conti: siamo sicuri che con i 3 miliardi di euro dell’Unione europea e il disinteresse mediatico internazionale il Sultano, pardon, presidente Erdogan riuscirà a raggiungere con più serenità il suo sogno ottomano, con o senza un ambasciatore turco a Berlino.