Le elezioni parlamentari del prossimo 7 giugno, in Turchia, secondo molti hanno un esito già scritto: vincerà Erdogan. L’AKP del Presidente è in testa in tutti i sondaggi e, a meno di clamorosi quanto improbabili ribaltoni, si confermerà primo partito, mantenendo inalterato quel collaudato sistema di potere che dal 2003, anno della prima vittoria elettorale di Erdogan, muove il Paese. Tuttavia, quella che appare una vittoria scontata, potrebbe rivelarsi una non vittoria se non si arrivasse alla maggioranza di 330 seggi, necessaria per emendare la Costituzione e trasformare la Turchia da Repubblica parlamentare a presidenziale. Il principale ostacolo ai progetti egemonici dell’AKP è rappresentato dal Partito democratico dei popoli (HDP), rappresentativo degli interessi curdi, vero e proprio ago della bilancia in queste elezioni. Se infatti l’HDP dovesse ottenere il 10% dei consensi, cosa che stando agli ultimi sondaggi potrebbe accadere, conquisterebbe quasi 60 seggi in Parlamento, impedendo al duo Erdogan-Davutoglu di ottenere i 276 seggi necessari per governare. Oltre al danno la beffa insomma, in quanto lo schiaffo potrebbe arrivare proprio da quella minoranza piuttosto delusa dalle mancate promesse circa la loro “normalizzazione” e indignata per il ruolo svolto dal governo di Ankara durante la crisi di Kobane, quando i soldati turchi invece di correre in aiuto della popolazione curde sotto attacco delle milizie dell’ISIS, stettero inerti a guardare la battaglia a pochi chilometri di distanza.

Il clima pre-elezioni è piuttosto rovente e l’attentato di ieri a Diyarbakir, durante un raduno dell’HDP, nel quale hanno perso la  vita almeno quattro persone lo dimostra. La possibilità di non riuscire a formare, per la prima volta, un governo monocolore ha alzato il livello dello scontro, portando il Presidente ad attaccare violentemente la stampa. Erdogan ha addirittura chiesto l’ergastolo per Can Dundar, direttore del quotidiano Cumhuriyet che aveva pubblicato immagini e documenti video risalenti a gennaio 2014, in cui si vedono agenti della sicurezza interna turca impegnati a fornire armi e munizioni ai gruppi islamisti che combattono in Siria. Uno scoop che in realtà non è uno scoop, dal momento che il ruolo di appoggio della Turchia ai più disparati gruppi jihadisti in funzione anti-Assad non è certo un mistero: da tempo sia curdi che siriani denunciano come le bandiere nere dello Stato Islamico e di al-Nusra siano in possesso di armi, munizioni e mezzi da combattimento turchi1. Ma la vera ossessione di quello che ormai è noto come il Sultano di Istanbul sono i giornalisti, ultimamente accusati di essere, insieme ad armeni ed omosessuali, “rappresentanti di sedizione” e di agire a vantaggio del partito curdo HDP, vero ostacolo allo strapotere dell’AKP2. L’ossessione per la stampa va spesso a braccetto con i complotti, altro marchio di fabbrica del sistema Erdogan, e, ovviamente, nuovi “complotti” sono stati denunciati dal Presidente, che ha accusato la stampa estera di rispondere al volere di una “mente superiore” con lo scopo di disintegrare e dominare la Turchia. Altro potente strumento retorico utilizzato da Erdogan è l’islamismo. La carta religiosa è stata più volte giocata dal presidente negli ultimi tempi per assicurarsi il voto dei settori più conservatori della società che vedono l’AKP come uno strumento di rivalsa, dopo decenni in cui i partiti secolari hanno dominato la scena politica, relegandoli a ruoli subalterni. I richiami alla preghiera e al glorioso passato ottomano continuano a fare presa su questi settori della società, come dimostra il rally organizzato lo scorso sabato a Istanbul per commemorare il 562esimo anniversario della conquista di Istanbul da parte degli Ottomani. In quell’occasione, il presidente si è lanciato in uno slancio di retorica in puro stile islamista chiamando alla conquista di Gerusalemme, e accusando gli avversari politici di voler “spegnere il fuoco che brucia nel cuore di Istanbul da 562 anni”3. Anche la storica basilica di Santa Sofia è nel mirino dell’AKP che l’ha trasformata in un potente strumento di campagna elettorale, come dimostra un recente video di propaganda dove si vede il richiamo alla preghiera da uno dei suoi minareti, come a voler ribadire che quella basilica ritornerà una moschea, un tema piuttosto caro ai conservatori religiosi che da tempo chiedono questa soluzione4.

Vincere le elezioni ad ogni costo: sembra questo l’unico mantra che guida il progetto di Erdogan che ha completamente abbandonato il linguaggio moderato dei primi tempi in favore di una retorica violenta ed aggressiva. Una trasformazione che, se in patria rischia di trascinarlo verso il basso, negli altri paesi musulmani lo ha reso piuttosto popolare. L’appoggio incondizionato alla fratellanza musulmana e al deposto leader egiziano Morsi, insieme alla non più nascosta simpatia verso i gruppi jihadisti in Siria gli hanno attirato il favore sia dei gruppi più radicali del mondo islamico ma anche che predicano il ritorno ad un islam forte ed unitario 5. Ispirati dalla sua figura nascono continuamente nuovi movimenti, come Havass Project un progetto online piuttosto strutturato, dotato di una app, che ha come obiettivo quello di creare una comunità online di giovani musulmani e che tra i suoi principali ispiratori vede proprio il presidente turco Recep Tayyip Erdogan6. Il progetto neo Ottomano portato avanti negli ultimi anni dall’attuale premier Davutoglu, ex ministro degli esteri, in tandem con l’attuale presidente Erdogan, ha gettato le basi per la trasformazione della Turchia in un paese faro per il fondamentalismo sunnita, dal momento che obiettivo principale della nuova dottrina delle relazioni internazionali di Ankara era, e resta, la sostituzione ad ogni costo delle leadership non allineate nell’area mediorientale, che non riconoscono nella Turchia il paese leader. Ecco spiegato l’appoggio incondizionato alla fratellanza musulmana e a chiunque purché riesca a rovesciare i governi laici come quello siriano. Le elezioni del 7 giugno sono quindi un vero e proprio referendum su Erdogan e sulla sua visione di Turchia, con un esito che appare tutt’altro che scontato e che potrebbe riservare non poche sorprese.

1https://dogmaandgeopolitics.wordpress.com/2014/09/29/syria-warehouse-discovered-loaded-with-weapons-and-ammunition-brought-in-from-erdogans-turkey-isis/

2http://news.az/articles/region/98532

3http://www.middle-east-online.com/english/?id=71552

4http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/turchia_erdogan_gerusalemme_elezioni/notizie/1387075.shtml

5http://www.economist.com/news/briefing/21652265-foreign-policy-hubristic-disaster-and-economy-slide-wont-stop

6http://havass.org/