Settimana dopo settimana, la maniera farsesca con cui i governi europei e le istituzioni internazionali affrontano la questione dei migranti fa acquisire alla più grande tragedia umanitaria che l’Europa si è trovata ad affrontare negli ultimi settant’anni dei caratteri a dir poco grotteschi. Le ultime, imperdibili novità sono state cagionate dalle prese di posizione del governo turco, che nel corso degli ultimi mesi si è dimostrato il più abile nello sfruttamento politico delle sofferenze dei profughi, in special modo dei siriani: dopo aver a lungo battuto cassa chiedendo all’Unione Europea fondi per tre miliardi di euro in cambio dell’adozione di politiche miranti alla regolarizzazione dei flussi e all’istituzione di centri di raccolta per i profughi ricollocati sul suo territorio, la Turchia ha alzato di recente la posta chiedendo un raddoppio dell’investimento comunitario in suo favore e facendo velatamente intendere di essere pronta da un momento all’altro a utilizzare nuovamente i migranti come strumento di pressione sui governi europei. Quello di Ankara è un doppio gioco che sinora sta consentendo a Erdogan di poter ricoprire un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale, dato che oscillando continuamente tra le volontà neo ottomane espansionistiche in Medio Oriente e le richieste rivolte all’Unione Europea per facilitare l’iter che porti all’ingresso della Turchia il leader turco riesce a stabilire un ponte tra i due fronti e a costruire una strategia che li racchiuda entrambi; il cinico sfruttamento della questione dei migranti operato da Erdogan testimonia eloquentemente tutto ciò.

Sulla vita e sul futuro delle centinaia di migliaia di persone riversatesi nei confini europei a partire da metà 2015, principalmente a seguito dell’inasprimento del conflitto civile siriano, grava sempre più minacciosamente una perenne incertezza determinata in primo luogo dalle schizofreniche e volubili reazioni con cui la disunita Europa ne affronta la drammatica epopea. Di fatto la situazione venutasi a creare rappresenta un caso senza precedenti nella storia dell’Europa recente, che dopo essersi fatta vanto di fronte al resto del mondo del superamento delle barriere e delle discordie nazionali si ritrova ora spaesata di fronte alla repentina decisione di chiusura delle frontiere presa da numerosi paesi dell’Europa Orientale e balcanica. I timori e le incognite sulla futura evoluzione dei flussi migratori, di gran lunga esacerbati dall’operato dei paesi che maggiormente vedevano come fumo negli occhi il sussistere della “rotta balcanica” di accesso dei profughi all’Europa centrale (come l’Austria e i paesi Visegard), hanno portato a decisioni che equivalgono alla recita di un vero e proprio de profundis per il Trattato di Schengen, come sottolineato eloquentemente dal giornalista Alberto Negri.

L’incapacità strutturale dimostrata nel corso degli anni dall’Europa nei suoi vani tentativi di far fronte a questa emergenza umanitaria si mostra in tutta la sua spaventosa grandezza quando un singolo paese è chiamato in ultima istanza a farsi carico degli sforzi maggiori per quanto riguarda il primo soccorso e l’assistenza a coloro che sbarcano. L’ammirevole coraggio e l’incredibile umanità che per anni ha animato i soccorritori di Lampedusa, isola rimasta per lunghissimo tempo il simbolo stesso dell’esodo epocale dei migranti che a centinaia di migliaia nello scorso decennio hanno abbandonato l’Africa partendo dalle coste libiche, ha ispirato e funge da esempio per gli sforzi altrettanto lodevoli dei soccorritori greci.

La Grecia è oggigiorno emblema delle condizioni degradanti a cui si è ridotta l’Europa di oggi, sebbene l’operato di molti suoi cittadini volenterosi rappresenti un indelebile esempio: essa infatti vacilla, prossima a una nuova catastrofe umanitaria. Vacilla pericolante nonostante gli sforzi straordinari degli enti e dei privati che già da anni sono impegnati in prima linea per offrire sostegno morale e materiale a coloro che sono stati gettati nella più nera povertà e ora non lesinano i loro aiuti ai nuovi arrivati, in un raro esempio di vera umanità. Le testimonianze dai confini con la Macedonia, chiusi ermeticamente dal governo di Skopje, riportano quotidianamente scene di disperazione e di sempre maggior scoramento tra i migranti attratti nella loro peregrinazione dal sogno, degenerato presto a utopica visione, di giungere a Vienna, Monaco, Berlino. Uno sguardo alla carta geografica dà facili indizi su quale potrebbe essere la prima alternativa che i migranti attualmente stanziati in suolo greco e quelli che nei prossimi mesi li seguiranno potrebbero scegliere per accedere all’Europa Occidentale: il canale d’Otranto, che dall’Albania porta direttamente in Puglia, in uno scenario che potrebbe portare alla riproposizione di quanto già visto in quell’area a partire dal 1997, quando decine di migliaia di albanesi fuggirono da un paese in preda all’anarchia e allo sbando più completo.

Il continuo ripetersi di eventi così simili tra loro nell’evoluzione della questione dei migranti, la cui storia ciclica oramai mostra, in luoghi e tempi differenti, la stessa sequenza di accadimenti, pone la necessità di un ripensamento completo della via d’azione seguita sinora nell’affrontarne le dinamiche. Ci si potrebbe chiedere perché la politica e la diplomazia internazionale stentino a trovare una soluzione o, quantomeno, a prendere decisioni che aiutino a smorzare l’entità del disastro. Il continuo riemergere degli egoismi nazionali, in diversi casi sintomo di una malcelata insofferenza per l’organismo comunitario, è conseguenza diretta della perenne assenza di un dibattito serio sulla questione dell’immigrazione. Le cause dell’incapacità dimostrata dai governi italiani nel gestire sul lungo periodo l’emergenza umanitaria sono le stesse che ora portano l’Europa a essere impotente e facilmente condizionabile dai voleri di un leader cinico ma astuto come Erdogan: il caso nostrano lo dimostra lampantemente, l’immigrazione è l’argomento perfetto per consentire ai politici e agli organi di informazione di montare un continuo e alla lunga stucchevole teatrino mediatico, dove pseudoideologie raramente coincidente con la reale situazione delle cose portano i dibattenti a negare la questione fondamentale alla base, ovverosia che quelle in gioco sono centinaia di migliaia di vite umane.

Tanto la “destra” quanto la “sinistra”, polarizzandosi attorno alla necessità o meno dell’accoglienza, commettono un errore di metodo. Se da un lato è odioso assistere al continuo sciacallaggio con cui certi settori del mondo politico si accostano al fenomeno dell’immigrazione, vedendo in esso solo la testa di ponte per un’estensione della criminalità e un mezzo di propagazione del terrorismo, d’altro canto per i profughi stessi è deleteria anche l’incapacità dell’autoproclamata “sinistra” di andare oltre il proprio vagheggiato umanitarismo di facciata. Tanto in Italia negli anni scorsi quanto in Europa nei mesi più recenti, infatti, il dibattito si è esclusivamente focalizzato sulla possibilità o meno per i profughi di accedere o meno entro i confini nazionali. Decisioni come quella presa nel luglio scorso dalla Merkel, che con una mossa a sorpresa presto ritrattata ha annunciato la disponibilità incondizionata della Germania all’apertura delle sue frontiere, alimentano questo vulnus: a cosa serve, infatti, garantire un accesso senza limiti entro i confini nazionali a centinaia di migliaia di persone se poi non si avranno i mezzi per trarli al di fuori della condizione di sradicamento e privazione nel quale si verranno a trovare? Generalizzare, in un senso come nell’altro, significa rinnegare una volta di più il presupposto inalienabile che deve guidare l’approccio al problema: l’umanità dei soggetti che esso coinvolge.

Si tratta un’umanità latentemente negata giorno dopo giorno da buona parte dell’opinione pubblica nostrana per anni, ogni qualvolta un bollettino di guerra proveniente dal Mediterraneo riportava di decine (e talvolta addirittura a centinaia) di nuovi morti dovute ad un naufragio o al comportamento immorale degli scafisti; nel corso di un processo di implicita banalizzazione, le fini miserevoli di questi soggetti senza nome inghiottiti dai flutti, assiderati nel corso di una fredda notte o scaraventati fuori bordo dal loro improvvisato Caronte venivano ridotte a numeri, cifre, banali statistiche che finivano per non rendere l’idea della mole dell’epocale fenomeno a cui l’Italia per prima si è ritrovata ad assistere. Un’umanità che tardivamente le coscienze della “società civile” hanno iniziato a riconoscere quando, oltre a sentire l’eco lontana delle tragedie in mare, sono state costrette a vedere che cosa significasse in realtà l’esodo dei migranti: ma passata l’ondata di commozione e lacrime suscitata dalla vista delle interminabili file di bare contenenti i cadaveri di alcuni degli oltre 800 morti del naufragio del Canale di Sicilia dello scorso aprile, o la ventata di sterile cordoglio dimostrata dal mondo social nei giorni in cui la foto del piccolo Aylan faceva il giro del mondo, si è tornati al punto di partenza.

Il Mediterraneo, per secoli culla di civiltà, continua in questi mesi a essere uno dei più brutali fronti di guerra del pianeta. Si tratta di una guerra sporca, asimmetrica, unica nel suo genere, per la quale pagano in prima persona gli ultimi tra gli ultimi, i “dannati della Terra” consegnati inermi al mare. Mentre in Europa si moltiplicano gli egoismi e l’indifferenza, un continente intero si ostina a negare a larga maggioranza la portata storica di quanto sta accadendo, dimenticando come fenomeni simili siano stati al suo interno la norma per diversi secoli sino al secondo dopoguerra. Un’Europa maestra nei tecnicismi, nei formalismi e nei cavilli burocratici dimostra una volta di più la sua incapacità nel dimostrare anche solo un lumicino di vera umanità e vera solidarietà nei confronti di chi ne ha maggiormente bisogno.