La morte del Re di Thailandia Bhumibol Adulyadej, sovrano 89enne deceduto lo scorso 13 ottobre dopo aver retto il trono della dinastia Chakri per 70 anni col nome di Rama IX a partire dal 9 giugno 1946, ha privato il Paese sud-est asiatico del più rilevante e duraturo sovrano della sua storia, nonché di un personaggio decisivo per l’evoluzione della nazione nel corso della seconda metà del XX secolo. Nel corso del suo lunghissimo regno, infatti, Bhumibol ha contribuito a numerose prese di posizione decisive per la trasformazione della Thailandia in un Paese strategico, dotato di un’economia avanzata e in alleato chiave degli Stati Uniti nella regione sud-est asiatica. La sua azione si è manifestata principalmente attraverso influenze dirette, più o meno esplicite a seconda delle circostanze, sulla politica interna del Paese, rivelatasi perennemente intricata e movimentata. Dal 1946 al 2016, infatti, Bhumibol ha visto succedersi 26 diversi primi ministri, 19 riforme costituzionali e 15 tentativi di colpi di Stato, di cui 9 andati a segno, come riportato in un recente articolo dell’Economist, intitolato significativamente Thailand’s tears a testimonianza dell’enorme impatto emotivo che la morte del re ha suscitato sul suo popolo.

Abilissimo a tastare il polso dei thai, sensibile agli umori della nazione e dotato di notevole fiuto politico, infatti, il defunto sovrano ha saputo conciliare a più riprese avvalli a sovvertimenti autoritari del potere costituito e posizioni democratiche, evitando al tempo stesso di portare la sua persona ritenuta semi-divina a confondersi col fango della lotta politica di tutti i giorni. Nel 1992 il sovrano favorì l’instaurazione di un regime democratico e la caduta della giunta militare guidata dal Generale Suchinda Kraparyoon spingendo quest’ultimo a inginocchiarsi di fronte a lui al termine di un confronto trasmesso in diretta televisiva a cui era presente anche il leader dell’opposizione Chamlong Srimuang; più volte nel corso del suo settantennio al trono, invece, non ha voluto sconfessare altri colpi di Stato, giustificati dai promotori in quanto atti di risposta alla “lesa maestà” dei governanti precedenti. Negli ultimi tempi, il soft power della monarchia all’interno della vita politica e civile thailandese era stato ulteriormente potenziato da numerose leggi che, come ricorda l’agenzia d’informazione Reuters, avevano rafforzato il carattere sacrale della figura del Re, che la stessa Costituzione thailandese prevede debba essere “riverita e inviolabile”.

Thailand's King Bhumibol Adulyadej in serious portrait. (Photo by John Dominis/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

Ritratto del Re Bhumibol Adulyadej (Photo di John Dominis/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

La morte di Bhumibol ha portato all’emersione di numerose problematiche e alla scoperta di diversi dubbi con i quali la Thailandia contemporanea si trova a dover fare i conti. In primo luogo, è difficile comprendere in che misura il rafforzamento dell’autorità monarchica compiuto da Rama IX attraverso la sua astuzia politica e la promozione del culto della sua personalità sopravvivrà nei prossimi anni alla scomparsa del sovrano; il principe ereditario designato, Maha Vajiralongkorn, ha sospeso l’accettazione della corona del padre dichiarando, ufficialmente, di volerla posticipare sino alla fine dell’anno di lutto nazionale proclamato di recente in Thailandia. In verità, le reali motivazioni della titubanza di Vajiralongkorn sono ascrivibili ad altre cause: in primo luogo, va constata la popolarità decisamente scarsa di cui il principe ereditario gode all’interno del Paese, in quanto l’opinione pubblica ha profondamente disapprovato le vicissitudini personali del figlio di Rama IX, che ha avuto figli da tre mogli diverse, ha trovato difficile accettare la sua eccentricità comportamentale e messo più volte in discussione le sue capacità politiche. Ulteriore dato da sottolineare è il timore diffuso nella giunta militare oggi detentrice del potere in Thailandia di una possibile riabilitazione, da parte del futuro sovrano, dei membri del governo del Rak Thai Party guidato da Thaksin Shinawatra, primo ministro dal 2001 al 2006 e deposto in seguito da un colpo di Stato; il ritorno dell’ex primo ministro potrebbe seriamente mettere a repentaglio il progetto di introduzione di una “democrazia controllata”, inaugurato nello scorso mese di agosto col referendum sulla riforma costituzionale, al cui interno i militari si ripropongono di mantenere intatta la loro influenza in campo politico, giuridico ed economico.

Il regime militare, inoltre, ha giustificato a più riprese la limitazione delle libertà civili all’interno nel Paese e la messa a punto di un apparato di sicurezza e controllo sempre più pervasivo con la necessità di far fronte al problema della ribellione dei gruppi armati separatisti attivi principalmente nel sud della Thailandia. Lo scontro tra il governo centrale di Bangkok e il Barasi Revolusi Nasional (Fronte di Liberazione Nazionale), che si ripropone di ottenere la secessione dalla Thailandia per le regioni abitate dal popolo Patani e a maggioranza musulmana, dura oramai da 12 anni: nonostante nei primi mesi del 2013, le parti in conflitto avessero programmato l’inizio di una serie di dialoghi bilaterali volti a ridurre le violenze e negoziare la soluzione del conflitto, non è stato in seguito possibile definire una road map che indicasse la strada verso la pace, e il risultato è stato, negli ultimi mesi, un rinfocolamento delle violenze. Il giro di vite sulla sicurezza imposto dalla giunta guidata da Prayuth Chan-o-cha è stato, in definitiva, esteso dalle regioni interessate dalla guerriglia del BRN a tutto il Paese: la contrapposizione coi ribelli separatisti, di conseguenza, è utilizzata dal regime come giustificazione per l’espansione del suo controllo sul Paese.

maha-vajiralongkorn

Maha Vajiralongkorn figlio e successore del defunto re Rama IX

Oltre ai problemi precedentemente citati, nei prossimi anni la Thailandia si troverà di fronte alla necessità di rivalutare il proprio posizionamento nel contesto internazionale a seguito della repentina evoluzione delle dinamiche geopolitiche che, negli ultimi anni, ha portato a un notevole incremento del peso strategico della regione del Sud-Est asiatico. Allo stato attuale, il Regno di Thailandia rappresenta un alleato di primaria importanza per gli Stati Uniti d’America: designato come Major Non-NATO Ally (MNNA) da Washington nel 2003, il Paese riceve da decenni forniture di equipaggiamento militare statunitense e ha sviluppato con gli Stati Uniti programmi di esercitazioni militari congiunte, garantendo nel contempo accesso a numerose infrastrutture poste sul suo territorio alle forze armate a stelle e strisce, prima fra tutte l’importantissima base aeronavale di U-Tapao. Negli ultimi anni, tuttavia, l’ascesa repentina della Cina al ruolo di potenza globale e l’accensione di una forte contrapposizione strategica tra Pechino e Washington nell’area sud-est asiatica ha portato Bangkok a ridefinire, in maniera perlomeno parziale, il proprio posizionamento. Senza sacrificare l’alleanza con gli USA, la Thailandia, prendendo atto dell’influenza sempre maggiore della Repubblica Popolare Cinese nella regione e dell’incremento dell’interscambio tra i due paesi, ha voluto nel contempo operare un riavvicinamento a quello che, sopravanzando gli stessi Stati Uniti, è diventato il suo secondo partner commerciale dopo il Giappone.

Gli ultimi governi thailandesi si sono dunque giostrati in continuazione tra i due interlocutori più influenti nella regione, riuscendo in tal modo a districarsi in maniera abbastanza abile; i principali dubbi sulla tenuta futura delle politiche di Bangkok sono connessi all’evoluzione dello scenario geopolitico dell’area. Se la contrapposizione tra Cina e Stati Uniti nel “Grande Gioco” indopacifico, manifestatasi in maniera particolarmente accesa durante il recente contenzioso sul Mar Cinese Meridionale, dovesse conoscere un repentino inasprimento, infatti, la linea politica della Thailandia potrebbe risultare non più sostenibile: il Paese, di fatto, si troverebbe costretto a una scelta di campo, diviso tra la partnership strategica con Washington e la sempre maggiore convergenza economica con Pechino. Le dinamiche che coinvolgono la Thailandia, come visto, sono molteplici e di difficile lettura: la situazione interna e il contesto internazionale pongono numerose sfide a un Paese detentore della ventesima economia mondiale, depositario di un’importanza strategica decisamente rilevante e intento, in questi mesi cruciali, a definire gli assetti futuri della sua politica, consapevole che i suoi sviluppi influenzeranno notevolmente nei prossimi anni le dinamiche di una regione cruciale per la geopolitica contemporanea.