Nelle scorse ore la Francia ha, per l’ennesima volta, “sospeso” la democrazia. È una barbarie solo a sentire pronunciare qualcosa del genere, in Paesi che si professano protettori e promotori dei valori liberali. Eppure il governo francese, tramite anche i suoi gangli locali, aveva deciso di togliere alla popolazione e ai sindacati il diritto di scendere nelle strade della capitale in un corteo di protesta contro la riforma del lavoro, che già ha messo a ferro e fuoco il Paese nelle ultime settimane.

Il tradimento dell’elettorato di sinistra da parte del Presidente Francese Francois Hollande e del Primo Ministro Manuel Valls, che nella mattinata di mercoledì avevano dato disposizione alla prefettura di Parigi di annullare il permesso di svolgere la manifestazione programmata per la giornata di oggi nel centro della metropoli, con delle ferree imposizioni anche alle forze di polizia. I rappresentanti dei sindacati si sono veementemente opposti a questa decisione, rivendicando il fatto che sarebbero scesi in piazza anche senza il permesso dell’autorità. Il ban quindi, giunto dopo un giorno intero dalla richiesta di autorizzazione, più che ragione di ordine pubblico e che era sembrato veramente un ordine piovuto dagli alti piani del governo francese, è durato appena le quattro ore a cavallo della pausa pranzo, dopo gli attacchi giunti alle autorità da parte di sindacalisti e dallo zoccolo duro del Partito Socialista del Paese. Ad oggi il contentino concesso alle rappresentanze sindacali concede un corteo lungo appena un chilometro e mezzo, circolare, con arrivo a Place de la Bastille.

Da un Partito che promuove ideali di egualitarismo e liberalismo sociale e da leader di governo che nel 2012, al momento dell’elezione, si erano spesi in una campagna che promuoveva il dialogo sociale, ci si sarebbe aspettato un approccio sensibilmente più popolare. La culminazione della tendenza diametralmente opposta si è avuta quest’anno, con l’approvazione della legge El Khomri, che riduce sensibilmente i diritti del lavoratore, in termini di ammortizzatori sociali e dignità remunerativa dello stesso. Una legge che di socialista ha ben poco: un incremento delle ore di lavoro giornaliere, una riduzione del 60% della retribuzione degli straordinari e maggiore flessibilità per le aziende nelle pratiche di licenziamento, con una limitazione delle indennità al lavoratore per i licenziamenti senza giusta causa. Perché allora un partito che promuove uguaglianza sociale si allontana dal sentiero “ideale”? La risposta si trova nella vocazione politica dei massimi esponenti del Partito, in particolare del Primo Ministro Valls. La sua tendenza politica si identifica nella cosiddetta Terza Via, quella teorizzata da Anthony Giddens e promossa da personaggi come Tony Blair e Bill Clinton. Questa socialdemocrazia liberale, che dovrebbe cogliere gli aspetti migliori del liberismo e del socialismo, oggi in realtà ha assunto una deriva neoliberista, in controtendenza agli ideali sui quali si era fondata. Oggi, infatti, si annoverano come esponenti di questa via proprio Matteo Renzi – promotore di una riforma del lavoro in Italia cui quella francese si è ispirata! – e Manuel Valls, autoproclamatisi difensori dei deboli e detrattori dei poteri forti durante la loro ascesa politica, oggi in grado di agire in tutt’altro modo, discutibile o meno che sia, ma fortemente distante dai proclami egualitaristi che li hanno condotti all’apice del discorso politico europeo. L’esportazione dei nostri modelli funziona sempre, anche quando questi si rivelano tutt’altro che esemplari.