È bastato meno di un mese a Michel Temer per sgretolare le politiche di sinistra portate avanti negli ultimi quindici anni nel Paese. Il presidente ad interim – recentemente smascherato da WikiLeaks come informatore dell’intelligence degli Stati Uniti per alcuni cablo – non ha perso tempo e ha subito formato una squadra di governo agli antipodi di quella guidata dalla Rousseff. Questo golpe democratico chiamato impeachement ha portato al potere tutte le forze conservatrici, sempre sconfitte alle lezioni, creando una grossa coalizione liberale. Lo stesso esecutivo è sintomatico dell’impronta che vogliono dare al Brasile: la squadra di ministri è formata infatti soltanto da uomini bianchi e ricchi. C’è Blairo Maggi, ministro dell’agricoltura, vero e proprio oligarca del settore, primo produttore mondiale di soia che vuole cambiare la legge sulla schiavitù, eliminando i riferimenti ai “turni massacranti” e alle “condizioni massacranti”. C’è Alexandre de Moraes, ministro della Giustizia, che da responsabile della sicurezza di San Paolo ha represso nel sangue le manifestazioni in città. C’è Osmar Terra, ministro allo Sviluppo sociale, che ha subito affermato che il diritto alla Bolsa Familha (sorta di reddito minimo garantito) deve essere rivisto. C’è Mendoca Filho, ministro dell’Istruzione, che vuole eliminare le quote riservate agli indios e ai neri nelle università. C’è Marcos Pereira, ministro dell’Industria e del Commercio, ex vescovo della Chiesa evangelica. C’è André Moura, presidente della Camera Bassa, esponente del Partito Sociale Cristiano, accusato di peculato e omicidio. C’è il ministro della Salute Ricardo Barros, che ha consigliato i cittadini ad affidarsi alle assicurazioni sanitarie private, perché il governo non può più assicurare quella pubblica. Insomma un governo frutto di un ribaltone che può vantare di avere il presidente stesso, i leader delle due Camere e sette ministri indagati per corruzione e riciclaggio; in compagnia di almeno 150 parlamentari che sostengono la maggioranza. Usando come pretesto la crisi economica che ha colpito il Paese – di certo aggravata dalle spese per i Mondiali e le Olimpiadi – Temer si presenta come il “salvatore della patria” che guida una coalizione eterogenea di “responsabili”. Il suo programma è subito ben chiaro: risanare i conti per rilanciare il Paese tramite riforme liberiste. Un piano fatto d’imponenti privatizzazioni e di tagli al welfare. Avvantaggiato dalla sua bassissima popolarità che gli impedisce di potersi ricandidare alle elezioni del 2018, Temer ha già annunciato tagli alle pensioni dei lavoratori, il licenziamento di quattromila dipendenti pubblici e lo stop ai programmi di edilizia popolare.

Inutile dire che il governo ha anche radicalmente cambiato il sistema di alleanze in politica estera: immediato raffreddamento dei rapporti con Paesi come Venezuela e Bolivia; raffreddamento dei progetti transnazionali multipolari come la Banca dei Brics e di altri progetti guidati da Cina e Russia. Come in Argentina il nuovo governo di Brasilia guarda di nuovo a Washington come unico alleato e padrone. Non a caso i due principali movimenti delle proteste contro Dilma sono stati il Movimento Brasile Libero e Studenti per la Libertà, generosamente finanziati da Charles e David Koch, miliardari neocon americani, sponsor del Partito Libertario statunitense. Il governo di Temer, infatti, applicherà alla lettera le direttive neoliberiste e ha intenzione di nominare funzionari di Goldman Sachs e FMI per dirigere l’economia; insomma il solito schema di tagli ai servizi, privatizzazioni forzate e repressione del dissenso già perpetuato a ogni latitudine. Questa violenta sospensione della democrazia e del voto stesso di milioni di elettori si è realizzata grazie a proteste “spontanee”, crisi economica e azione mirata di una parte della magistratura. Le Olimpiadi di agosto, che avrebbero dovuto sancire davanti al mondo intero l’enorme progresso che il Brasile ha compiuto nell’ultimo decennio, vedranno invece un Paese che torna indietro nel tempo. Che imbocca una pericolosa deriva verso il suo passato. E pensare che c’è pure chi si augura che nel 2024 si tengano a Roma.