Nell’immaginario collettivo, il Canada ha sempre avuto il ruolo dell’amico tranquillo e servizievole del vicino guerrafondaio americano. Il programma elettorale che ha portata alla vittoria il partito liberale canadese guidato da Justin Trudeau, giovane rampollo dell’alta borghesia canadese e erede di una famiglia che ha rappresentato da sempre la classe dirigente del Canada del Novecento, sembra volersi finalmente discostare da questa visione e ritagliare per il Paese uno spazio più autonomo nelle relazioni internazionali. Quarantatré anni, figlio del progressista e più volte premier Pierre Trudeau, laureato in letteratura, insegnante di scuola, attore in una serie televisiva sulla prima guerra mondiale, il neopremier canadese si trova a ora nella particolare situazione, probabilmente anche un po’ inaspettata, di dover essere capace di non disattendere le promesse della campagna elettorale. Perché queste promesse, tutt’altro che scontate, rischiano di cambiare notevolmente le carte in tavola nelle relazioni tra Stati Uniti e Canada, specialmente per quanto riguarda la politica militare e la visione della strategia americana.

Come prima questione, promessa in campagna elettorale e affrontata subito, il nuovo governo di Ottawa ha dichiarato il ritiro dei propri aerei dalla coalizione occidentale anti-Isis in Siria ed Iraq: un contingente che vedeva impegnati sei caccia F-18, due ricognitori Aurora e due aerei per il trasporto truppe, oltre a seicento uomini schierati a supporto logistico in Kuwait. Il neopremier canadese ha infatti già informato Obama di questo ritiro e della trasformazione dell’impegno canadese in Medioriente, che diventerà di supporto e addestramento delle forze militari locali e soprattutto dei combattenti curdi. Un cambio di programma che fa scricchiolare ancora di più la coalizione americana, che sembra ormai sempre più destinata al fallimento, prima per l’impegno di Mosca e ora per il defilarsi degli alleati interni.

Oltre a questa importante decisione, a Ottawa hanno anche dichiarato di volersi ritirare dai contratti di fornitura degli F-35, il contestassimo velivolo prodotto dalla Lockheed Martin e punta di diamante di un programma di cambiamento delle flotte aeree di molti paesi occidentali, ad oggi costato in tutto (e approssimativamente) circa 400 miliardi di dollari, spesa che potrebbe aumentare per tutti gli altri Stati, tra cui l’Italia, proprio per la defezione del Canada dal programma. Per il Canada la cifra si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi, cifra mai ufficialmente dichiarata dal governo conservatore, e che sarà reinvestita nel rinnovamento della Marina militare, potenziando un settore, quello cantieristico, che potrebbe tornare ad essere importante anche sotto il profilo economico e dell’occupazione.

In tutto ciò, importanti aperture sono anche arrivate verso la questione dei profughi siriani: il Canada, a detta del nuovo premier, è pronto a ospitare fino a 25mila persone, applicando politiche flessibili per i ricongiungimenti familiari e per l’inserimento degli immigrati nel sistema sociale canadese, un sistema decisamente poco interessato all’immigrazione, ma che vede ultimamente un crescente vento identitario soprattutto in Québec, regione che nelle ultime elezioni ha eletto ben dieci deputati del Bloc québécois, il partito indipendentista. Se a queste fondamentali questioni geopolitiche, si aggiunge anche la promessa di un impegno nelle politiche ambientali, soprattutto per quanto riguarda il gasdotto Keystone che dovrà collegare i giacimenti canadesi alle raffinerie americane, e maggiori investimenti pubblici nel settore industriale per contrastare la recessione, sembra che questo governo possa realmente cambiare la percezione del Canada da parte del mondo. Tutto ciò con il malcelato fastidio da parte della Casa Bianca.