In questi giorni il Nepal è stato teatro non solo di una devastante attività sismica che ha messo in ginocchio il paese, ma anche di un altro tipo di terremoto – stavolta social-politico – che ha le potenzialità per scuotere fin nelle profondità le fondamenta ideologiche della società nepalese. Bidya Devi Bhandari è infatti dal 28 ottobre il nuovo presidente del Nepal, e anche se questa carica ha una valenza più simbolica che pratica, cionondimeno rappresenta un forte segnale: basta alla segregazione ai margini della società del genere femminile, è ora di un cambiamento di rotta, di una rivalutazione della donna. Ma chi è questa signora di 50 anni dai lineamenti morbidi e dallo sguardo accogliente? Non è nuova al mondo della politica della regione. Dal 2008 è uno dei leader del partito in cui aveva cominciato a militare fin dagli albori della sua storia politica, il partito comunista (Marxista-leninista unificato o CPN-UML). La sua battaglia era cominciata molti anni fa, più di 20, con il marito Madan Kumar Bhandari, e forse è stata proprio la tragica scomparsa del compagno – morto in un incidente stradale nel 1993 – a spingerla poi a continuare a combattere per i propri diritti così da onorare il marito, dimostrandogli infine di non essersi arresa. E’ proprio la carica di vice-presidente del partito comunista CPN-UML che ha permesso di farla arrivare dove è riuscita ad approdare gli ultimi giorni di ottobre. La suddetta carica infatti le ha permesso di ricoprire un ruolo molto importante nella stesura della Carta Costituzionale avvenuta a settembre. Non solo ha avuto la possibilità di stabilire in parlamento quelle che di fatto sono il corrispettivo delle nostre “quote rosa” , ma ha inoltre avuto modo di inserire come nuovo principio legale che, da quel momento, almeno uno tra presidente e vice-presidente debba essere donna. La nomina di un presidente rosa in Nepal sembra l’epilogo perfetto per concludere un ciclo temporale del paese. E’ da appena un mese infatti che è stato completato il processo di transizione verso l’instaurazione di una Repubblica federale dopo il rovesciamento della monarchia da parte dei maoisti avvenuto quasi dieci anni fa. La decisione del parlamento di Kathmandu che ha votato, con 327 voti a favore e 214 contro, per la nomina della Bhandari a scapito del concorrente del partito conservatore del Congresso nepalese Kul Bahadur Gurung, è un segnale di un grosso cambiamento di rotta della società di questo stato.

Un presidente di sesso femminile sarà anche il simbolo dell’epilogo di un ciclo storico quindi, ma è anche l’inizio di una nuova era e il principio di un nuovo approccio alla quotidianità della vita nepalese. Per un paese storicamente patriarcale e tradizionalista come questo, una fantastica lingua di terra che unisce sia geograficamente che culturalmente parlando India e Cina, assume una rilevanza di non poco conto il mutamento così radicale delle radici ideologiche del paese. E’ giusto cambiare obiettivo fotografico per contestualizzare ancor meglio questo momento storico della regione, e passare ad un ampio grandangolo. Nelle regioni del Medio-Oriente e dell’Oriente più profondo è raro trovare società matriarcali o comunque solite a fornire alla donna un ruolo di spicco nella vita quotidiana del paese. Tanto più nel caso specifico del Nepal, che confina a nord con la Cina e a sud con l’India, due paesi che non sono certo famosi per il loro rispetto e la loro riverenza verso la figura femminile. In questa fascia del mondo, salvo eccezioni, culturalmente la donna è sempre stata considerata inferiore, da non tenere nella maniera più assoluta sullo stesso piano dell’uomo. Sembra tanto tempo fa d’altronde, ma non è poi da così tanto che in Cina non si maledice la Provvidenza nel caso di una figlia femmina, e tutti ricordiamo le atrocità che le bambine cinesi hanno spesso dovuto subire con l’unica colpa di essere donne, e quindi inutili al lavoro nei campi e alla famiglia. Per non parlare dell’India, un paese da dove troppo spesso arrivano notizie di stupri che avvengono addirittura in zone pubbliche, in piazze, in autobus, e che restano vergognosamente impuniti e lasciano donne non solo senza giustizia, ma senza dignità. Chi lo sa, forse qualcuna di queste sventurate neanche se la sarà presa troppo, tanto è forte la cultura del “sono una donna, è normale sia così.” Non sappiamo quanto sarà forte l’impatto di una donna presidente in Nepal, ma la speranza è che sia un primo passo verso il progresso e il raggiungimento di quelli che nel 21esimo secolo dovrebbero essere principi, valori e diritti dati per scontati, e magari chissà, questo potrebbe rappresentare il primo soffio per una nuova ventata culturale che potrebbe spirare, passando tra le vette dell’Himalaya, in tutto l’Oriente.