Le relazioni dei Paesi dell’area mediorientale sono ai loro minimi termini, con l’interruzione dei rapporti diplomatici tra le petromonarchie del Golfo Persico che fanno capo all’Arabia Saudita e l’Iran degli Ayatollah. La responsabilità dell’innesco di questo capitombolo politico risiede nella barbarie della giustizia saudita che, dopo un sanguinoso 2015 che ha contato circa 150 esecuzioni, ha iniziato il nuovo anno con una maxi condanna a morte di 47 infedeli, primo tra tutti il capo della comunità sciita locale, Nimr Baqr al-Nimr. L’escalation delle tensioni, tuttavia, va ben oltre le ragioni di carattere confessionale, pur considerando cruciale la millenaria disputa tra sciiti e sunniti (e relative sottocategorie). La riabilitazione nella comunità internazionale di uno Stato dal grande potenziale economico come l’Iran, con i suoi quasi 80milioni di abitanti, rappresenta un passaggio importante della politica internazionale contemporanea. La speranza occidentale di insinuarsi nelle confortevoli stanze delle elite liberali di Teheran, favorevoli a far crescere le loro già opulenti tasche, ha per converso indispettito gli storici egemoni regionali dell’area, ora minacciati nel loro predominio della regione: parliamo, ovviamente, di Israele e Arabia Saudita, alleati dell’Occidente, oggi sofferenti in una tenzone di difficile comprensione corale. Ai due scontenti oggi si avvicina anche il Sultanato di Erdogan, bisognoso di nuovi approvvigionamenti energetici dopo il suicidio politico della cancellazione dei rapporti con la Russia dovuti all’abbattimento del caccia del Cremlino.

I frequenti incontri tra il Sultano e il re Salman Al-Saud indicano la suggellazione di un modus vivendi tra i loro due Paesi, accomunati da una necessità comune di ostacolare la Russia nella difesa della libertà della Siria, per motivi tuttavia differenti. Recep Tayyip Erdogan continua a dare il suo supporto a Daesh nel tentativo di annientare la popolazione curde dei territori a cavallo della frontiera turco-siriana, mentre i sauditi insistono nell’estirpazione della frangia alawita facente capo a Bashar-al-Assad, continuando a finanziare decine di milizie jihadiste in azione nell’area tra la Siria e l’Iraq (ad oggi a guida sciita Made in USA, ndr). In questo quadro del terrore, a delegittimare ulteriormente la posizione del Presidente turco le sue infelici dichiarazioni circa l’esemplare presidenzialismo di Hitler, sebbene d’altro canto strizzi l’occhio al Likud di Netanyahu – anch’egli recente espiatore delle colpe del Fuhrer – procedendo al disgelo delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Israele, deterioratesi dopo il caso della flotilla turca diretta a Gaza e affondata dall’esercito israeliano nel 2010. Tra gli altri, è prevista la revisione del progetto del gasdotto che dal giacimento Leviathan condurrebbe il carburante in Turchia, soprattutto ora che Ankara e Mosca sono calate in una fase di gelo assoluto.

Il premier israeliano Netanyahu, inoltre, conduce le sue campagne elettorali sul terrore della presunta minaccia iraniana per lo stato d’Israele proprio a causa di quell’accordo sul nucleare che ha prodotto la cancellazione delle sanzioni a carico dell’economia di Teheran, oltre che temere l’appoggio alle milizie sciite anti-sioniste di Hezbollah, scomodo vicino di Tel-Aviv e sostenitore delle cause siriana e palestinese. È a questo scopo che, già da tempo, Israele si sia speso nell’approntare una nuova strategia sunnita, rinnovando rapporti amichevoli con gli stati sunniti della regione, come Giordania, Egitto e – chiaramente – Arabia Saudita. È dunque facilmente intuibile come gli interessi di questi tre ingiuriosi clienti vadano inevitabilmente ad essere lesi dalla presenza di un quarto prepotente attore nella regione, soprattutto ora che lo storico sponsor della “triade” pare incapace e recalcitrante a gestire il tumulto del Medio Oriente. Resta da vedere se nuove potenze emergenti e aspiranti egemoni siano in grado di gestire le relazioni del Quadrilatero, così come da proposta avanzata, e come l’ordine militar-industrial-politico degli attori coinvolti vada a riorganizzarsi in favore di un equilibrio meno precario di quello vigente.