L’attacco dell’ISIS a Kobane dello scorso 25 giugno, che ha portato alla morte di più di 340 civili, non è stato casuale in quanto a modalità e tempistiche. Le milizie curde dell’YPG spiegano infatti che questa volta non si è trattato di un tentativo di conquistare la città, quanto piuttosto di un attacco suicida che aveva l’obiettivo di causare il maggior numero di morti tra i civili curdi, non solo a Kobani ma anche nel vicino villaggio di Brakh Bootan. Nei giorni precedenti le forze curde avevano conquistato la città di Girê Spî, oggi nota come Tel Abyad, situata in territorio siriano a ridosso del confine turco e principale canale di rifornimento dell’ISIS per gli aiuti provenienti dalla Turchia; i curdi dell’YPG si stavano inoltre avvicinando a Raqqa, roccaforte dell’ISIS in territorio siriano e capitale dello “Stato Islamico; l’attacco dell’ISIS ha dunque avuto lo scopo di rallentare l’avanzata dei curdi, obbligandoli a far confluire rinforzi verso l’area di Kobane. Rami Abdulrahman, a capo del Syrian Observatory for Human Rights è stato chiarissimo quando ha detto che “la cattura di Tel Abyad è stato il colpo più duro subito dall’ISIS a un anno dalla nascita del Califfato”. 1

Ad attaccare Kobane però non c’erano soltanto i terroristi dell’ISIS, ma anche uomini con le divise dell’Esercito Siriano Libero, miliziani che avevano carte di identità dove veniva indicata la loro residenza in Turchia e persino alcuni militari delle forze speciali turche, tre dei quali catturati dall’YPG (foto).

Turkish-Soldiers-in-Syria

Un fatto che non sorprende, visti i recenti casi documentati di carichi di armi per i jihadisti, provenienti dalla Turchia e scortati dal MIT verso la Siria; molti jihadisti dell’ISIS vengono inoltre curati in ospedali turchi nelle zone di Hatay e Gazantiep e curiosamente gran parte delle roccaforti dell’ISIS sono proprio localizzate vicino il confine con la Turchia. Bisogna poi tener presente che Ankara, membro della NATO, non ha concesso alla Coalizione le basi aeree per far decollare gli aerei che hanno il compito di bombardare le postazioni dell’ISIS. L’aeroporto di Istanbul continua però a essere il maggior snodo di transito per i jihadisti che vogliono unirsi all’ISIS, anche per quelli provenienti dall’Italia, come dimostra il recente caso di Maria Giulia Sergio e Aldo Kobuzi, i quali sono partiti per Istanbul da Roma ed hanno poi proseguito con un volo interno per Gazantiep. Non è un caso che uno dei maggiori reclutatori e facilitatori dell’ISIS, Ahmed Abu Alharith, contattato anche dalla coppia, utilizzi proprio un cellulare con utenza turca.

D’altronde lo stesso presidente turco Tayyp Erdogan è stato chiarissimo quando ha dichiarato che la Turchia non avrebbe mai permesso la creazione di uno stato curdo in territorio siriano. 2 Nelle ultime settimane Ankara ha ammassato truppe a ridosso del confine con la Siria ed ha reso nota la possibilità di un intervento per garantire la sicurezza dei propri confini e prevenire un’avanzata dell’ISIS verso il proprio territorio. Una giustificazione priva di senso, visti i rapporti ampiamente documentati tra Ankara e i jihadisti. In realtà lo scopo del governo AKP è chiaro: prevenire la nascita di una potenziale zona autonoma gestita dai curdi e rovesciare Assad; a tal fine l’ISIS è un ottimo strumento che permette da una parte di colpire i curdi e dall’altra di fungere da “scusante” per un eventuale intervento in territorio siriano. L’intervento turco è però stato scoraggiato dagli Stati Uniti e dall’Iran; la Russia ha dichiarato che Ankara rischia di porsi in una situazione da cui poi farebbe fatica ad uscire, mentre le milizie curde hanno fatto sapere che la Turchia rischierebbe di restare impantanata in uno scenario vietnamita. Intanto nel weekend la Turchia ha continuato ad ammassare truppe al confine, ufficialmente a causa dei violenti scontri nella zona di Aleppo, ma è plausibile credere che Ankara sia più preoccupata per la situazione attorno a Raqqa; nella notte tra sabato e domenica infatti, le milizie curde dell’YPG hanno bloccato le maggiori strade attorno alla roccaforte siriana dell’ISIS e si preparerebbero ad attaccare la città. 3 La Turchia è seriamente preoccupata per una potenziale caduta di Raqqa in quanto località strategica; se dovesse cadere nelle mani dei curdi, non solo l’ISIS sarebbe pesantemente depotenziato, ma molte informazioni riservate potrebbero essere rese pubbliche, con tutte le relative conseguenze a livello internazionale.