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Un gruppo di soldati con alle spalle il cartello che indica l’ingresso a Palmira, un altro contingente che passeggia tra la cittadella e la nuova Tadmur, sotto un cielo annerito per la pioggia ma anche per i fumi di una battaglia prossima alla conclusione: le prime immagini provenienti dalla perla del deserto siriano raccontano il pomeriggio del 2 marzo, una giornata che molto probabilmente riconsegnerà l’antica città romana nel solco di una quotidianità che da queste parti da troppi anni appare come un vero e proprio miraggio.

Speznaz russi nel deserto alle porte di Palmira

E’ successo tutto molto rapidamente, un’azione fulminea che, pare, si sia avvalsa per la prima volta in questo conflitto di paracadutisti siriani che nella notte precedente avrebbero dato il via allo smembramento delle linee arretrate dell’ISIS; in pochi si aspettavano una ripresa di Palmira nel breve volgere di pochi mesi da quando, a ridosso di un Natale che ha visto i siriani festeggiare la presa di Aleppo, nel cuore del deserto i miliziani jihadisti tornavano prepotentemente tra le rovine romane di una città che nel corso della sua millenaria storia mai aveva visto tanta barbarie e tanto oltraggio ai suoi monumenti. Le prime immagini da una Palmira liberata, raccontano di un territorio ferito, svuotato dei suoi abitanti ma al tempo stesso pronto già a rialzarsi. Un soldato siriano si fa immortalare con alle spalle la scena del teatro romano, lo stesso dove nel maggio 2015, dopo il loro primo arrivo, i jihadisti dell’ISIS hanno messo in scena l’esecuzione di 25 prigionieri davanti ad una folla che occupava per intero le gradinate: in questa foto, emergono tutte le contraddizioni di queste ore, da un lato il sorriso del militare che sa di aver contribuito a togliere da mani barbare questo prezioso monumento, dall’altro però lo scempio delle pietre e delle macerie accatastate che testimoniano la distruzione messa in pratica dai miliziani appena fuggiti via.

Le immagini mostrano la desolazione di una città martoriata
Palmira è l’emblema della Siria attuale
: ferita, colma di macerie, devastate e privata in parte dei suoi millenari monumenti, ma al tempo stesso con la gente e con i soldati pronti a sorridere quando intuiscono che l’esito positivo di una battaglia è un altro tassello verso la normalizzazione dell’intero paese. Fa impressione vedere i video girati all’interno della città nuova e dei quartieri residenziali: tutto tace, si sente solo il rumore dei veicoli militari che avanzano ed il parlare concitato di qualche militare che impartisce indicazioni, per il resto Palmira appare come una città fantasma, dove la storia si è fermata a quei giorni fatali di dicembre in cui l’ISIS ha rimesso piede nelle sue vie prontamente fatte evacuare dall’esercito per prevenire altri massacri ed altre ripercussioni; mai come oggi Palmira sembra molto simile al suo deserto, uno scenario senza vita e senza vitalità, un’antica oasi mimetizzata quasi con il silenzio delle dune e delle colline brulle che la sovrastano.

Soldati Siriani posano con fierezza al centro del teatro di Palmira

Soldati Siriani e Russi posano con fierezza al centro del teatro devastato di Palmira

Sono i paradossi che solo un conflitto così crudele e ‘sporco’, come quello siriano, può creare: una città nota in tutto il mondo per la sua storia, che improvvisamente vede il tempo fermarsi, vede i suoi abitanti fuggire ed i suoi monumenti resi in parte polvere dal fanatismo di miliziani il cui concetto di storicità appare limitato solo alle nozioni fondamentaliste inculcate dai reclutatori del sedicente Stato Islamico. Ma adesso la perla del deserto è pronta a risplendere: ci vorrà del tempo, bisognerà prima mettere in sicurezza l’intero territorio, così come i monti che la circondano, ma ciò che si è salvato dalla furia iconoclasta dell’ISIS è al sicuro e tutta la città antica è pronta nuovamente a sostituire, al silenzio di queste ore intervallato solo dalle urla dei militari, quel brusio classico di quei luoghi in cui ogni giorno fiumi di turisti e di persone passeggiano alla ricerca della bellezza e della storia.Il primo tassello del lento ritorno alla normalità, è stato dato dall’innalzamento della bandiera siriana sull’antico castello medievale di Palmira. Di fatto, è stato proprio quello il segnale della cacciata dell’ISIS dalla città, i vessilli neri del califfato sono stati subito stracciati e dati alle fiamme, un modo come un altro per testimoniare che il rientro nella perla del deserto ha importanza più simbolica che strategica. Difendere questo spazio così stretto che comprende il lungo corridoio che da Homs conduce alla base militare di Tyas ed ai monumenti di Palmira, è impresa ardua che già a dicembre ha giocato brutti scherzi: ma era impossibile continuare ad assistere passivamente alla distruzione dei templi e delle colonne romane, patrimonio dell’umanità ma simbolo anche della nuova Siria che non potrebbe più essere la stessa senza le testimonianze della sua storia.

La devastazione del castello di Palmira dopo l’occupazione dei jihadisti
Dopo Palmira, il conflitto siriano probabilmente si sposterà sempre più ad est: l’esercito infatti, avanza anche nella provincia di Aleppo, è pronto a tornare sulle sponde del lago Assad e, da qui, a rimettere piede dopo cinque anni nella provincia di Raqqa; al tempo stesso, le forze di Damasco sono in procinto di condurre altri attacchi ai danni di un califfato in fuga ed adesso, con la presa di Palmira, si proverà a riprendere la zona petrolifera ad est di Homs e, chissà, magari avanzare in direzione Deir Ezzour, la città martire che da quattro anni resiste agli assalti dell’ISIS ed all’assedio del califfato. Palmira rientra nella storia, la stessa interrotta dopo l’avvento dei miliziani a dicembre e, con essa, l’intera storia della Siria è pronta ad essere riscritta. Oggi c’è la pioggia sulla città, c’è il silenzio degli abitanti portati via, c’è il fumo acre della guerra ed il rumore degli ultimi colpi d’artiglieria della battaglia, mentre a circolare ci sono solo i blindati ed i soldati, ma Palmira e l’intera Siria sono adesso più vicini a riprendere la propria vita, la propria normalità fatta di legami e convivenze tra religioni e culture diverse, così bruscamente interrotte dalle ‘mani’ esterne di chi ha voluto fomentare spaccature e fanatismi in nome di un ‘nuovo’ medio oriente che sembra molto lontano dal veder la luce.