L’esito del voto del prossimo 20 dicembre in Spagna è ancora incerto. Nonostante i sondaggi indichino come probabile vincitore il PP del premier uscente Rajoy, la strada sembra ancora lunga e piena di ostacoli. Il partito di governo ha legittimato la sua forza riuscendo a portare il Paese momentaneamente fuori dalla crisi economica, oltretutto migliorando i dati macroeconomici. Restano comunque numerose criticità legate sia a questioni di politica economica che alla cosiddetta “questione morale”, a cui i membri del Partido Popular non sembrano dare poi troppa importanza. In tutto questo mare di incertezze, c’è però una sicurezza: Podemos non vincerà. Il movimento politico fondato poco più di un anno fa da Pablo Iglesias, attivista politico vicino al movimento degli Indignados e professore di Scienze Politiche all’università di Madrid, in pochi mesi sembra aver perso tutta la carica propulsiva che lo aveva portato sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali e internazionali. Stando agli ultimi sondaggi di Demoscopia, il movimento ha un gradimento pari a poco più del 15%, un risultato che lo colloca al quarto posto nella scala di preferenza degli spagnoli, dietro al PP, al PSOE e a Ciudadanos, la nuova creatura politica anti-casta di centro-destra. Sondaggi poco rassicuranti per Iglesias e i suoi che in meno di cinque mesi patiscono un crollo di consensi pari al 6%. Una situazione che sta iniziando a preoccupare seriamente i vertici del partito nato dalle istanze degli Indignados che, nel 2011, scossero la politica e la società iberica.

Preoccupazioni che hanno portato il leader, Pablo Igleasias, a dimettersi dall’incarico di eurodeputato per dedicarsi “anema e core” alla campagna elettorale per le elezioni generali del prossimo 20 dicembre. Un colpo di scena necessario per arginare l’emorragia di consensi che sta stritolando il partito. Segno delle crescenti difficoltà sono anche i fatti che hanno visto come protagonista Roberto Uriarte, leader di Podemos Euskadi che, da Bilbao, ha annunciato le sue dimissioni e quelle di altri 19 membri della direzione locale del partito, per protesta contro la direzione centrale del partito. Una situazione, quella basca, non isolata. Non è la prima volta, infatti, che le direzioni territoriali lamentano un controllo oppressivo da parte del partito, un sentimento che, nella Spagna delle autonomie, è di particolare importanza. La lotta all’interno di Podemos dimostra che il partito, nonostante la sua connotazione di movimento anti-sistema e alternativo alla politica tradizionale, soffre le stesse problematiche di tutti gli altri soggetti politici spagnoli contro cui si prefigge di combattere. Le correnti esistono anche all’interno del movimento di Pablo Iglesias e forse proprio questa inedita problematica è alla base del cospicuo calo di consensi che sta vivendo la sua creatura. A un mese dalle elezioni non esiste ancora un programma chiaro e le mosse di “mercato” delle ultime ore, come quella della candidatura dell’ex capo di Stato maggiore, Josè Julio Rodriguez, non aiutano certo una migliore comprensione della strategia di Iglesias. Bypassando qualsiasi norma statutaria, che prevede la scelta dei candidati attraverso il meccanismo delle primarie, il leader di Podemos ha imposto una candidatura personale, irritando non pochi elettori. Alle elezioni di dicembre a fare la differenza saranno, come spesso accade, i cosiddetti elettori moderati, ancora indecisi, ma pronti a votare anche Podemos qualora si dimostrasse più “moderato” nelle sue scelte.

La sensazione è che, nella migliore tradizione mediterranea, anche il partito viola si sia adeguato alla consuetudine e cerchi di spostarsi al centro e recuperare terreno, strappando magari qualche voto ai diretti avversari di Ciudadanos che, in poco meno di un anno, hanno acquisito un notevole consenso a scapito proprio di Pablo Iglesias. Se Podemos vuole riconquistare metri deve scegliere da che parte stare. Questa crisi non è un caso isolato, ma attraversa buona parte dei partiti e movimenti anti-sistema europei. A pesare è stata la resa di Tsipras, capofila della sinistra no austerity, che, messo alle strette, ha preferito la Troika al cambiamento radicale, generando una diffusa delusione tra tutti i suoi estimatori europei. Non prendendo le distanze da quello che in molti hanno considerato un tradimento, ha contribuito al calo dei consensi di tutti i movimenti filo Tsipras, tra questi Podemos. Difficilmente in un mese Iglesias, nonostante la sua abilità politica, riuscirà a recuperare una fetta consistente di preferenze, gli errori strategici commessi dalla dirigenza del partito sono anche il riflesso dell’inesperienza e delle lotte intestine generate dalla diversità di approccio e provenienza politica in un partito che si autoproclama post-ideologico. Se poco cambierà da qui a Dicembre, gli errori saranno la base da cui ripartire per ricostruire un movimento ancora più forte e determinato di cui la Spagna e l’Europa hanno un disperato bisogno.