Poche ore, e l’Ungheria sarà chiamata alle urne per votare un referendum che rappresenta una battaglia cruciale tra l’Unione Europea e il governo di Orban. La questione “rifugiati” torna prepotentemente a far parlare di sé nelle cronache d’Europa e sembra mettere di nuovo a repentaglio la fragile, debole e sempre più scricchiolante infrastruttura comunitaria. A fare da cemento, o da piccone, sarà l’Ungheria, forse, ad oggi, il Paese più scomodo all’interno dell’UE con cui Bruxelles ha a che fare.

Il referendum vedrà otto milioni di ungheresi recarsi alle urne per decidere un qualcosa che, dati alla mano, in realtà rappresenta un problema decisamente esiguo. Il quesito infatti verte sul dovere comunitario di distribuire i migranti in quote proporzionali in tutti gli Stati d’Europa, e parliamo, per l’Ungheria, di un numero che si aggira intorno ai 2000 extracomunitari. Un numero effettivamente molto basso, che, in teoria, non rappresenterebbe certo un problema per uno Stato come l’Ungheria. Ma il governo di Budapest ha deciso di cavalcare il referendum per proporsi non tanto come rappresentante del proprio interesse a non avere quel migliaio o poco più di profughi, quanto come testa d’ariete di un movimento euroscettico che ha trovato nel referendum il sistema più efficace e rapido per assestare colpi fatali al sistema europeista.

Per Orban la partita è molto importante, perché rappresenta una scommessa che può consegnare al suo governo un futuro da paladino dell’anti-Unione Europea o, al contrario, in caso di sconfitta, condannarlo alla damnatio memoriae e forse mettere fine anche al suo potere interno e alla leadership sia del partito che del Paese. Viktor Orban si gioca tutto e lo fa con un quesito referendario che lascia l’Europa, ancora una volta, sul filo del rasoio. Un altro Paese a rifiutare, a furor di popolo, le volontà dell’Unione, sarebbe un colpo molto importante alla credibilità del sistema e rischierebbe di creare, ancora una volta, un effetto domino al pari del rischio generato dal voto sul Brexit. Perché la politica migratoria, inutile girarci intorno, rappresenta oggi un problema comune a tutti i Paesi. Anzi, specialmente nei nuovi arrivati, nell’Europa dell’Est soprattutto, il problema dei migranti è un problema sociale enorme che rischia di deflagrare da un momento all’altro e che, nonostante i nazionalismi, nonostante le differenze storiche, e nonostante le differenze di vedute sull’Europa e sulla politica estera, sembra essere davvero il comune denominatore di tutta l’area che va dai Balcani al Baltico.

Va detto tuttavia che nonostante sia passato solo un anno dalla gravissima crisi dei migranti che colpì l’Ungheria un anno fa e che vide Orban nell’occhio del ciclone, l’esito del voto è tutt’altro che scontato. C’è una buona fetta di elettori che sembra volersi astenere. C’è una sinistra caleidoscopica che si è scatenata: i liberali sostengono il sì, i partiti maggioritari di centrosinistra sostengono il no, ma c’è anche chi, come il Partito Operaio, sostiene il “NO” come guerra all’Unione Europea. Dall’altro lato invece, la destra sembra decisamente compatta, con Jobbik e Fidesz a sostegno del No. I sondaggi sembrano puntare a una vittoria più o meno certa del fronte del “no”, ma è pur vero che l’ultimo referendum proposto dalla destra ungherese vide una vittoria per il rotto della cuffia, con un’affluenza poco sopra il limite dell’invalidità (votò poco più del 50% degli aventi diritto) e con una vittoria risicata. Insomma, a pochi giorni dal voto, l’Unione Europea aspetta (preoccupatissima) che i suoi cittadini dicano la loro. Del resto, sembra ormai che sia questo il leitmotiv degli ultimi e dei prossimi anni nel Vecchio Continente: aspettare il voto dei cittadini europei con il terrore di quelli che già sanno che il risultato sarà nefasto. Vedremo fino a quando potranno durare.