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La Libia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ci ha abituato a tutto: capita quindi che, nel bel mezzo del marasma in cui vive la città di Tripoli, non si è in grado di dire se un colpo di Stato è riuscito ad andare in porto o meno, forse è difficile anche poter affermare con certezza se lo Stato in questione è mai esistito o meno. Già da 48 ore in quel di Tripoli, è in atto un’azione di forza di Khalifa Ghwell, primo ministro di un esecutivo che per quasi due anni ha avuto legittimazione solo nell’area della capitale e che poi, al momento dell’insediamento (presso una nave ancorata nel porto di Tripoli) del governo di Al Serraj ha deposto le proprie velleità a favore proprio dell’esecutivo voluto ed imposto dall’ONU. Khalifa Ghwell è un leader islamista, la sua milizia ‘Alba Libica’ non ha mai accettato l’esito delle elezioni del 2014, costringendo il parlamento da poco in carica a rifugiarsi a Tobruk ed è da qui che parte la contrapposizione tra ‘governo di Tripoli’ e ‘governo di Tobruk’ che contraddistingue tutte le ultime evoluzioni in seno allo scenario libico.

Tutto il caos che vediamo oggi è iniziato qui 

Sostenuto da Qatar e Turchia in primis, Khalifa Ghwell ha retto le sorti della capitale con un governo di matrice islamista ma distante dalle posizioni dei movimenti terroristici, a partire da quelle dell’ISIS; il suo esecutivo è possibile paragonarlo ad un governo di una fazione dei Fratelli Musulmani in Libia, contrapposto al più ‘laico’ parlamento di Tobruk. I suoi uomini hanno ‘accolto’ Al Serraj con lanci di razzi e spari contro l’area con a bordo il primo ministro appena designato all’interno di una stanza d’albergo in Marocco, tanto da costringere il proprio entourage a raggiungere Tripoli via mare e ad insediarsi dentro una nave militare; dopo pochi giorni però, Khalifa Ghwell annuncia l’intenzione di riconoscere il nuovo esecutivo senza causare ulteriori situazioni di tensione nella capitale.

Khalifa Ghwell, premier islamista di Tripoli fino all'arrivo di Al Serraj

Khalifa Ghwell, premier islamista di Tripoli fino all’arrivo di Al Serraj

Questo fino alla fine della scorsa settimana; adesso il quadro è nuovamente rovesciato: le milizie fedeli all’ex primo ministro tripolino hanno occupato un albergo e la zona ad esso circostante annunciando di voler mettere in pochi giorni in totale sicurezza la città di Tripoli. L’albergo non è uno dei tanti: il consiglio di Stato di uno Stato ufficialmente riconosciuto dall’ONU, in un contesto che quindi fa ben capire la reale situazione sul campo in quel che resta della Libia, ha (o aveva, per meglio dire) sede in questa struttura, presso quindi l’Hotel Rixos posto all’interno del quartiere ‘An Nasr’, non lontano dall’Università. Dopo aver presso possesso dell’albergo, lo stesso Khalifa Ghwell afferma di non voler riconoscere più Al Serraj come premier della Libia; il primo ministro intanto, in quel momento è a Tunisi ed è lì che è rimasto visto che alcuni razzi hanno raggiunto la base navale dove vi è la sua sede, soltanto nella serata di martedì alcune voci hanno iniziato a parlare di un rientro a Tripoli. C’è chi ha parlato di golpe fallito, c’è chi invece continua a sostenere che la capitale libica è in gran parte controllata dagli uomini di Khalifa Ghwell o che comunque l’azione golpista non è affatto finita, ma a questo punto la circostanza inizia ad essere quasi paradossalmente secondaria.

Il generale Haftar, da più parti invocato come l'uomo in grado di riconciliare la Libia

Il generale Haftar, da più parti invocato come l’uomo in grado di riconciliare la Libia

Quella in atto a Tripoli, è più una spallata o un’azione di forza visto che per parlare di colpo di Stato deve esserci quantomeno uno Stato o un’autorità che ha presa e radicamento sul territorio; Al Serraj ed il suo esecutivo non hanno questi elementi e, nonostante il riconoscimento internazionale ed in primis dell’Italia che è presente con le sue truppe a Misurata, non possono essere considerati come perno di un regolare governo. L’azione di forza attuata da Khalifa Ghwell, dimostra ancora una volta il fallimento occidentale in Libia, il secondo nel giro di cinque anni; l’ex primo ministro adesso, da nemico di Tobruk, si è trasformato in principale alleato in Tripolitania: è lo stesso Ghwell ad invocare l’intervento del parlamento esautorato dalla comunità internazionale ed il cui braccio armato è quel generale Haftar che appare l’unico al momento ad avere in mano un esercito e non semplici milizie e che da qualche settimana è ufficialmente maresciallo dell’esecutivo di Tobruk. Con Haftar e con il governo attualmente insediato presso la città più ad oriente della Cirenaica (sostenuto dall’Egitto ed in buoni rapporti con la Russia), sono anche molte tribù tra cui quelle dei Warfalla (che controllano Bani Walid e che pochi giorni fa hanno ricordato e celebrato l’anniversario della rivoluzione gheddafiana del 1969) e di Zintan, le stesse che hanno liberato Saif al-Islam Gheddafi, erede designato del rais prima dell’intervento NATO del 2011. Adesso anche l’ex primo ministro di Tripoli si schiera apertamente con Haftar; se questo è destinato a segnare la fine del governo fantoccio di Al Serraj, appoggiato sul campo solo dalle milizie di Misurata e maggiormente isolato dopo la sua richiesta di intervento a Sirte degli americani, è presto per dirlo. Di sicuro però, adesso è più chiara la via che bisogna percorrere per la riunificazione della Libia: seguire il popolo, ascoltare le tribù e non escludere dal tavolo né Tobruk e né il generale Haftar, il cui esercito potrebbe finalmente riportare la sicurezza in tutto il Paese.

Qualche piccola anticipazione sul nostro avvenire