Il risultato delle elezioni in Spagna ha decretato la fine del bipartitismo. Senza grandi sorprese, il Partido Popular del premier uscente Mariano Rajoy è in testa con quasi il 29% dei consensi, seguito a ruota dal PSOE, del fotogenico Pedro Sanchez, che ha raccolto poco più del 22% delle preferenze. Un risultato ampiamente previsto che segna una nuova tappa nella storia politica spagnola. Per la prima volta dalla fine della dittatura franchista, infatti, né il PP né il PSOE avranno la maggioranza assoluta per governare al Congreso. La grande novità di quelle che sono state definite le elezioni più incerte dal 1982 è però la potente irruzione all’interno del parlamento dei due nuovi partiti Podemos e Ciudadanos. Il movimento di Iglesias, in particolare, è riuscito nell’impresa di guadagnare il 20% dei consensi e di insediare seriamente il secondo posto, andato al fotofinish ai socialisti. Un risultato straordinario se si considera che appena un anno fa, alle europee, il movimento viola aveva ottenuto solo il 7% dei consensi. Contento, ma non troppo, è anche Albert Rivera, leader del partito anti-casta di centro-destra Ciudadanos, che ha guadagnato poco più del 13% delle preferenze. Un passo indietro rispetto ai sondaggi degli ultimi mesi, ma senza dubbio un ottimo risultato per un partito nato da appena un anno.

“Oggi nasce una nuova Spagna che pone fine al sistema di turnazione”, ha dichiarato il leader di Podemos Pablo Iglesias, vero artefice di questo terremoto politico che ha sconvolto le basi della democrazia spagnola, ponendo fine a un sistema di alternanza che durava da più di trent’anni. Nonostante il primato, infatti, il PP non avrà la maggioranza necessaria per governare. Con appena 122 seggi, 65 in meno rispetto al 2011, il partito di governo non sarà in grado di formare un esecutivo monocolore e difficilmente Mariano Rajoy conserverà la sua scrivania alla Moncloa. Il nuovo parlamento sarà un puzzle e lo spettro dell’ingovernabilità inizia a aleggiare nell’aria. Nessun partito è infatti in grado di formare un governo da solo, ragione per cui saranno necessari giorni di incontri e accordi tra i diversi leader per dare un nuovo esecutivo alla Spagna.La soluzione più probabile è, ad oggi, quella alla tedesca con un accordo tra PP e PSOE, anche se questa è sempre stata negata da Sanchez in campagna elettorale. Più difficile è la possibilità di vedere un accordo tra PP e Ciudadanos, non tanto per motivi ideologici o programmatici, i leader di C’s non hanno mai nascosto l’eventualità astensionista per facilitare la vita a Rajoy, quanto per ragioni puramente numeriche e di coalizione. Insieme, PP e C’s, non arrivano a 176 seggi, soglia necessaria di governabilità e allora sarebbe necessario l’appoggio di partiti minori, solitamente nazionalisti, ma che sono invisi a Rivera e ai suoi. La situazione è quindi particolarmente intricata. A complicare le cose c’è il risultato del Senato dove il PP ha la maggioranza assoluta, un privilegio che Rajoy potrebbe utilizzare come arma di ricatto nei confronti di un esecutivo di diverso colore. Mai in Spagna il partito vincitore delle elezioni aveva ottenuto così pochi consensi e mai il primo partito non era riuscito a formare un governo.

Il vero ago della bilancia è, a questo punto, Podemos che, con i suoi 69 deputati, ha nelle sue mani il destino del Paese. Dalla strada al governo: questo è l’obiettivo di Pablo Igleasias che non esclude l’eventualità di un accordo con i socialisti. Se il movimento degli indignados dovesse unire le proprie forze con quelle del PSOE, dei repubblicani catalani, dei nazionalisti baschi e di Izquierda Unida, Podemos avrebbe la strada spianata per il governo. Ma se in campagna elettorale Podemos aveva sempre negato questa eventualità, nelle ultime ore sembra aprirsi uno spiraglio. “Non bisogna parlare di accordi tra partiti, ma di riforme costituzionali” ha detto Iglesias nel suo discorso post-elettorale. Un messaggio piuttosto chiaro ai socialisti, che disegna chiaramente le “linee rosse” imprescindibili di Podemos. Se il PSOE accetterà di discutere una riforma elettorale che blindi i diritti sociali, che stabilisca la revoca del mandato di premier a metà mandato e una nuova legge elettorale più proporzionale, allora un esecutivo di sinistra con Podemos e socialisti non sarà più una fantasia da politologi.