Se volessimo catapultare la Siria e la sua attuale, tragica e struggente condizione all’interno di una saga, di certo non vi sarebbe miglior scelta che l’ultimo atto de Il Signore degli Anelli: quando i destini della Terra di Mezzo e, fondamentalmente, dei “buoni”, si giocano davanti e dentro le mura della città di Minas Tirith. In Siria si sta giocando una partita fondamentale non solo per il governo di Assad e le sue personali alleanze, ma per il Medio Oriente e per il mondo intero; in gioco c’è l’avvenire di un mondo finalmente multipolare, il destino dell’area simbolicamente più importante del mondo, insieme al futuro delle tre grandi religioni monoteiste ed al prestigio delle principali potenze regionali e mondiali. Se cade Assad, cade il principale alleato dell’Iran; il Libano e sopratutto Hezbollah, che all’Iran sono collegati via terra tramite la Siria ed il sempre più disastrato Iraq, subirebbero un durissimo colpo strategico nei confronti del nemico sionista che farebbe così passi da gigante; facendoli fare, parimenti, ai suoi alleati americani e sauditi provocando a cascata ripercussioni sull’intero mosaico di alleanze esistente a livello mondiale. In altre parole, Quando due anni fa Putin arrivò a minacciare l’uso della forza qualora la Nato avesse attaccato la Siria, sapeva bene cosa c’era in gioco.

La lotta finale sta avendo inizio e non è più tempo di esitare. La lotta tra il bene e il male, per il possesso della Siria e a lungo termine del Medio Oriente, entra nel vivo e va combattuta ora o mai più. Ecco perché il fuoco di Minas Tirith – il fuoco che si accende nei casi di estremo pericolo, quando la città capitale di Gondor ha estremo bisogno – è stato acceso anche in Siria; in quella scena dove siamo sicuri che i cuori di molti abbiano accelerato il battito, nel vedere la speranza che divampava. Oggi, con il dovuto rispetto e le dovute proporzioni che si devono sia alla realtà che alle vite, strappate, di valorosissimi uomini e altrettanto valorosissime donne che combattono anche per il nostro futuro, il sentimento dev’essere lo stesso: che batta il vostro cuore nel leggere come le forze iraniane giungono in soccorso dell’alleato siriano per combattere la più difficile ed importante delle battaglie. l’esercito di Assad, ridotto suo malgrado allo stremo, fiaccato nei numeri dall’impossibilità di poter sfornare uomini, è in grado a malapena di reggere, seppur eroicamente, l’urto provocato dal suo avversario – che fa invece affluire, senza sosta, disperati e mercenari da tutto il mondo come i troll e gli orchi spuntavano dalle viscere della terra. Ecco perché

Oggi la speranza divampa quando leggiamo che in territorio siriano è arrivato Qasem Soleymani – generale iraniano a capo dei Guardiani della Rivoluzione, artefice della resistenza sciita degli ultimi anni e della straordinaria evoluzione di Hezbollah; un uomo che ancora in vita appartiene già al mito, non solo per il suo Paese. Le cifre parlano di ventimila soldati iraniani, tra Pasdaran e membri delle forze Quds, sbarcati sulle coste siriane nei pressi del porto di Latakia e diretti verso Idleb, cittadina a ridosso del confine con quella Turchia parte in causa della guerra a fianco degli islamisti. Come il corno suonato dai cavalieri di Re Theoden al momento della cavalcata verso gli orchi, così le forze alleate di Teheran suonano la riscossa nel nome del patto che le lega a Damasco, rischiando di dare la svolta ad una guerra che stava pericolosamente diventando disastrosa per l’asse della resistenza. la macabra alleanza fra islamisti ed atlantisti che era oramai convinta di aver spazzato via la Repubblica Siriana grazie alle sue foraggiate bande di tagliagole, si trova a fronteggiare la più temibile potenza regionale che entra in gioco nel momento di massimo bisogno. Di questo, non possiamo far altro che rallegrarci.