La visita del presidente cinese Xi Jinping in America Latina punta a rafforzare il ruolo della Cina nella regione. I legami tra Pechino e gran parte dei governi sudamericani sono ottimi. In particolare, i rapporti con i paesi bolivariani come Ecuador e Venezuela hanno ridisegnato la mappa delle sfere di influenza. Storicamente nel “backyard” degli Stati Uniti, nell’ultimo decennio il continente sudamericano ha attirato l’attenzione di policymakers e investitori cinesi. Le ragioni di questa massiccia presenza in un’area così geograficamente e culturalmente lontana possono essere spiegate da numerosi fattori. Innanzitutto fattori di tipo politico. La Cina è rapidamente passata da una strategia di basso profilo a un coinvolgimento attivo e manifesto grazie al nuovo corso imposto dall’attuale presidente Xi Jinping. Nonostante le differenze e lo scarso interesse geostrategico che l’area ha per Pechino, la politica di power projection dell’amministrazione di Xi ha cambiato l’approccio alla politica estera dell’establishment cinese. Non mancano ragioni tipo strategico e militare. Il massiccio coinvolgimento degli Stati Uniti nella zona del mar cinese meridionale e in Indocina, ha spinto la Cina a intraprendere una politica di bilanciamento in Sud America, favorita dalle relazioni tutt’altro che rosee tra buona parte dei paesi della regione e Washington. Ma la vera forza motrice sono gli interessi commerciali. Nel solo 2014, gli scambi bilaterali tra Pechino e l’America Latina ammontavano a 263 miliardi di dollari.

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Scambi tra Cina e Paesi del Latino America (LAC)

La Cina vede nel Sud America un potenziale bacino per il rifornimento di materie prime necessarie allo sviluppo del paese, come confermato dal Ministero del Commercio cinese che ha recentemente classificato il Sud America, insieme a Medio Oriente, Russia e Asia Centrale, tra le aree di interesse primario per la crescita del settore economico della Cina. La corsa al Sud America rappresenta una sfida strategico-economica per gli Stati Uniti, soprattutto alla luce della vittoria di Donald Trump alle presidenziali dello scorso 8 novembre. Una sfida lanciata dallo stesso presidente cinese Xi Jinping durante il vertice APEC di Lima.

«La Cina non chiuderà la porta al mondo esterno, ma la aprirà ancora di più»

Una risposta al protezionismo sventolato dal Trump, per proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Il presidente cinese ha poi proseguito: «la costruzione di una zona di libero scambio dell’Asia Pacifico è un’iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione» da «affrontare con fermezza». Parole che alla luce del fallimento del TPP fanno tremare la Casa Bianca. L’alternativa cinese al progetto obamiano è il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep). Il trattato prevede il libero scambio tra paesi membri dell’Associazione del Sud Est Asiatico e i loro partner commerciali. Anche se meno ambizioso del TPP, Il Rcep rappresenta solo una tappa intermedia. L’obiettivo di Pechino è l’integrazione dei 21 Paesi dell’Apec, in una zona di libero scambio Asia-Pacifico (Ftaap). Una sfida concreta che rappresenta un banco di prova per la nuova amministrazione americana.