I fautori del sistema che imperante travalica i confini nazionali non desiderano niente di meglio di un mondo di “omologati”, di persone-zombie che abdichino ai propri diritti, alla propria consapevolezza e alle proprie prerogative, sia personali che culturali, per diventare niente più che semplici consumatori. Il riduzionismo generalizzato ha portato in passato a forti restrizioni delle peculiarità tipiche di miriadi di culture locali sparse per il mondo, e l’affermazione secondo cui “non c’è alternativa possibile” rende qualcosa di comodo e vantaggioso, agli occhi di molti, l’omologazione. Il volto oscuro di questo sistema ha conosciuto le sue più nefande applicazioni nel continente latinoamericano, in cui la continua ingerenza statunitense e il persistere storico di grandi interessi da parte di oligarchie reazionarie e assolutamente antiprogressiste ha portato al periodo tragico dei golpe militari, che ha precipitato il Sudamerica in una lunga, oscura notte neoliberista.

Sconvolta ferocemente da un susseguirsi di dittature che non si fecero scrupolo di conseguire lauti guadagni attraverso l’esportazione di enormi quantità di cocaina e di ospitare e accogliere con calore numerosi europei di militanza neofascista (tra cui l’italiano Stefano Delle Chiaie), la Bolivia è stata uno dei paesi che maggiormente ha sofferto per questa continua instabilità. Alla caduta della dittatura fecero seguito l’imposizione delle classiche “ricette”, col paese costretto a bere l’olio di ricino delle privatizzazioni e della svendita delle ricchezze nazionali, e la nascita di un sistema che, seppur formalmente democratico, teneva il potere in mano a una ristretta ed elitaria oligarchia. In ottemperanza ai voleri del Moloch neoliberale, il governo boliviano non prestava ascolto alle istanze del caleidoscopio di gruppi etnici che popolavano questo paese da tempo immemore.

Dei paesi del continente, infatti, la Bolivia è quello che presenta la maggior parte della popolazione di origine “india”: secondo i censimenti, tale percentuale si attesta al 60%. La situazione iniziò a cambiare quando, per allinearsi a Washington, La Paz tentò di eradicare la coltivazione della coca, ufficialmente in nome della lotta al narcotraffico, fonte di sostentamento per i leciti traffici delle genti degli altipiani andini, principalmente di origine indigena, che mai erano state colluse col narcotraffico (racket nel quale è sempre stata la popolazione di origine “europea” a far la parte del leone). Le contestazioni che ne seguirono videro l’ascesa di Evo Morales, di etnia Ayma, sindacalista progressista che non esitò a lanciarsi in politica alla guida del Movimiento al Socialismo, che sulla scia della cosiddetta “onda rossa” venne eletto alla presidenza nel 2005. Morales fu il primo presidente di origine indigena a venir eletto nella storia del Sudamerica. Vicino per matrice ideologica agli altri leader socialisti della regione, come Chavez e Correa, Morales ha sin da subito avviato politiche volte al progresso della popolazione; l’esperimento del leader del MAS si è rivelato vincente, conseguendo i risultati più significativi e duraturi. La Bolivia è stata dichiarata nel 2008 “nazione libera dall’analfabetismo”; la nazionalizzazione degli impianti per estrarre e lavorare petrolio e gas è stata portata avanti con oculatezza, permettendo alla nazione di non arrivare allo strappo definitivo con le grandi imprese che hanno continuato a garantire investimenti esteri nel paese; ma ciò che consegnerà alla storia il morigerato e umile Morales è il progetto con il quale egli ha condotto una riforma costituzionale di carattere unico nel suo genere.

Approvata dal referendum del 25 gennaio 2009, la massima Carta della nazione Boliviana è un esempio di progresso, inclusione e rispetto della diversità; già nel preambolo essa dichiara che il suo intento è qualcosa di monumentale, si ripropone infatti di ricreare ex novo lo Stato, smantellando lo “Stato coloniale, repubblicano e neoliberale” e instaurando uno “Stato Sociale Unitario di Diritto Plurinazionale Comunitario”. Una dichiarazione esplicita, contro i dogmi imposti dalla scocciante signora Tina (there is no alternative!), secondo i quali il destino ultimo delle nazioni sarebbe stato una generale applicazione del modello dello Stato liberale. Morales ribalta completamente questo concetto. E nei suoi articoli la Costituzione si dichiara sempre più esplicitamente, alza il tiro dei suoi obiettivi.

Pluralismo è la parola d’ordine: integrate nel macrosistema dello Stato, sono garantite tutte le libertà giuridiche e sociali alle tradizioni storiche dei trentasei gruppi etnici che costituiscono la “nazione Boliviana”, secondo il principio che prevede “autodeterminazione nella cornice dell’unità dello Stato”. Ogni dipartimento boliviano è chiamato a usare, affianco al castigliano, almeno una lingua indigena come idioma per gli atti ufficiali. Eccezion fatta per i reati gravi, come l’omicidio, è riconosciuta legittimazione al diritto tradizionale indigeno e ridata dignità a consuetudini antichissime, tramandate per secoli spesso per via orale. Simbolicamente, Morales ha voluto conseguire una legittimazione parallela a quella assegnatagli dalle urne, ricevendo l’investitura a leader della nazione dal consesso dei rappresentanti delle varie tribù riunitosi nel 2006 a Tihauanaco, straordinaria località archeologica ove giacciono i resti di una monumentale città costruita da un popolo preincaico. La Costituzione ha anche una precisa visione in materia d’ambiente: essa dichiara come diritto umano la possibilità di accedere all’acqua e ai sistemi fognari, proibendo una loro ipotizzata privatizzazione. Si riconosce il diritto ad “abitazione ed ambiente adeguati a una vita famigliare e comunitaria degna”.

Sul terreno, il governo ha dovuto affrontare soprattutto le difficoltà volte al regolamento e alla gestione di un sistema tanto complesso; inoltre, come nei paesi limitrofi, il grande problema riguarda la successione tra i leader. Morales si è imposto facendo leva su qualità innate, ma sinora non sembra ancora essersi profilato un successore degno, alla sua altezza. Le elezioni hanno periodicamente confermato consensi intorno al 60% per il presidente indio, che ha ripetutamente asfaltato gli sfidanti di turno, e da qua alla prossima tornata del 2019 tutto può sicuramente accadere. In ogni caso, tenendo conto del fatto che il MAS e i suoi sostenitori dovranno sicuramente arrivare a alcuni compromessi, specie in maniera economica, per continuare la virtuosa azione della Bolivia nella regione, il futuro per il paese è sinora illuminato da una buona stella. La nuova Bolivia è un esempio per il Nuovo Mondo, nel lungo termine si vedrà se questa alternativa è resistente e lo “Stato Sociale Unitario di Diritto Plurinazionale Comunitario” uno strumento adatto a combattere i numerosi problemi che si trovano ad affrontare gli stati multietnici senza che essi degenerino nell’oppressione da parte di un’oligarchia o in sanguinose guerre civili.