In un contesto eurasiatico che sembra aver riacutizzato la logica bipolare di recente memoria, vi sono ancora dei discorsi politici lasciati a metà, e che necessitano di una definizione. Tra le pressioni politiche e le pretese espansionistiche dell’influenza occidentale cooptate dalla NATO e una rinascita di un blocco russo più influente rispetto alla crisi di fine secolo attraversata da Mosca, si collocano i propositi di crescita della repubblica serba, fino ad ora rimasta in disparte in un ambiente geopolitico ovattato dall’operazione di post-conflict nation-building condotta dalla comunità internazionale battente bandiera dell’ONU. Cercando di eliminare le scorie di un indecoroso decorso politico di metà Anni ’90, Belgrado cerca una via percorribile verso la riabilitazione del Paese sullo scenario internazionale. Le azioni militari portate avanti da politici e uomini di stato di riprovevole condotta quali Slobodan Milosevic e Ratko Mladic, imputati per crimini contro l’umanità dal Tribunale internazionale speciale per l’ex Jugoslavia, hanno per oltre un decennio stigmatizzato un popolo pervaso da identità ed irredentismo storico, e tuttora non godono del favore del panorama internazionale. Le contingenze di attiguità territoriale con stati entrati nell’orbita economica e politica dell’Unione Europea e del Patto Atlantico si rendono costantemente più invadenti, inducendo gli statisti serbi ad adottare una strategia di lungo periodo che foggi un sentiero politicamente ed economicamente sostenibile e percorribile per Belgrado e dintorni. È notizia recente della spedizione diplomatica di metà del governo serbo presieduto da Aleksandar Vucic, recatosi in visita ufficiale a Mosca, che ha avuto per oggetto la sottoscrizione di un discreto numero di memorandum di intesa in materia di cooperazione economica in vari settori. Attualmente, l’effettiva profittabilità delle relazioni con il Cremlino si circoscrive a tutto ciò che riguarda la politica energetica della repubblica balcanica, mentre tutto il resto è per ora ornato di buoni propositi verso i quali, almeno per il momento, il premier serbo non pare intenzionato a muoversi.

Tale indecisione sul sentiero da tracciare deriva da necessità dettate dalla politica di vicinato, e di come questa si interseca con le intenzioni espresse dalle politiche dei paesi attigui. Bosnia-Erzegovina e Kosovo, primi tra tutti, paiono piuttosto indirizzati verso una via a carattere decisamente più europeista. Mentre Vucic e i suoi subalterni erano intenti a dialogare con gli omologhi russi, Pristina si apprestava a firmare l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione Europea, quale preludio all’affiliazione della piccola repubblica al carrozzone di Bruxelles, poco più di una settimana fa. Secondo le istituzioni locali tale passo raccoglie l’unanime consenso popolare, sebbene sentimento contrario sia stato espresso dai cittadini kosovari circa una possibilità di associazione alla compagine politico-militare facente capo a Washington. In tale ottica, dunque, si colloca un discorso di ambiguità professato da Belgrado, la quale gradirebbe condurre, almeno nell’immediato, una politica di equilibrio tra le spinte di Bruxelles e le pressioni russe. Vucic sa bene che intraprendere una direzione significa, nel contesto attuale, chiudere le porte all’altra controparte, per cui necessita di un temporeggiamento non infinito prima di scegliere la corrente prediletta.

Le tensioni tra Occidente e Russia, che oramai si datano a circa due anni fa come contorno al dibattuto terreno dello status dell’Ucraina, rendono la decisione serba particolarmente delicata e perentoria. Belgrado si ritrova tra due fuochi alimentati e al momento inestinguibili ed inconciliabili, che rischiano nel contempo di isolare il Paese. L’esperienza ucraina, così come quella kosovara, croata o bosniaca, non forniscono un canovaccio univoco e ripetibile, e Belgrado si trova a fare i conti con una decisione urgente e dal peso specifico notevole. A pesare non sono da un lato un vicinato particolarmente ostile, e dall’altro una comunanza di valori panslavi che rendono la Russia particolarmente gradita al popolo serbo. A livello di soft power Mosca si è attivata per la realizzazione di canali di informazione nella regione, dal momento che gode già di una larga simpatia tra i cittadini serbi. In un valzer di accordi e di simpatie reciproche, così come di ultimatum e di influenze prepotenti, chi si trova in una situazione di precario equilibrio non sono Mosca e Bruxelles. Le contingenze e le urgenze di natura politica nel contesto più allargato della penisola balcanica pongono la Serbia di fronte ad una scelta che non prevede ripensamenti. Belgrado non può essere amica di tutti, e nessuna delle parti in causa vuole che lo sia.