La guerra all’ISIS in Libia è cominciata. L’esercito di Tripoli, fedele al premier al Serraj, è entrato a Sirte. I soldati, principalmente membri delle milizie di Misurata e di altre formazioni del sud del paese, hanno conquistato numerosi campi di addestramento, tra cui quello di Taqreft e di el Jallet, tristemente noti per essere teatro delle esecuzioni. Un attacco a 360 gradi, che ha visto l’intervento sia dell’aviazione che della Marina. Un duro colpo per lo Stato Islamico in Libia, che in pochi giorni ha perso non solo la sua capitale strategica, ma anche la regione di Harawa, circa 70 km da Sirte. “Sirte sarà liberata nei prossimi giorni e non ci vorranno settimane”, ha dichiarato all’ANSA il generale Mohamed al Ghasri, portavoce del governo per la liberazione della città. Mentre le truppe governative avanzano, i jihadisti si danno alla fuga. Secondo le testimonianze, numerosi miliziani si sarebbero tagliati la barba per fuggire. Un fuggi fuggi generale anche verso il mare, dove, proprio per impedire ai jihadisti di tagliare la corda, la Marina avrebbe imposto un blocco navale al largo della città. Negli scontri, secondo quanto riferito dall’esercito governativo, sarebbe rimasto ucciso anche l’emiro dell’ISIS a Sirte, Hamed Maluqa al Zlitini.

L’improvvisa svolta nella lotta al terrorismo in Libia è l’ennesimo colpo inflitto allo Stato Islamico. In meno di un mese le milizie di al Baghdadi hanno perso buona parte del loro territorio in Libia, Siria e Iraq. La conquista di Sirte, l’avanzata su Raqqa e la capitolazione di Fallujah possono scrivere la parola fine per l’organizzazione terroristica che da tre anni minaccia il Medio Oriente. Dopo lo shock iniziale, i governi di Libia, Siria e Iraq stanno tornando padroni delle proprie terre. Il fallimento degli interventi militari occidentali ha mostrato il suo lato peggiore, permettendo la nascita di movimenti settari e di rivalità tribali che sembravano appartenere a altre epoche. La Libia è, in questo senso, l’esempio lampante. Dopo la cacciata di Gheddafi, il paese è sprofondato nella guerra civile. Gli egoismi europei hanno prevalso sul buonsenso, lasciando i libici a gestire una situazione insostenibile. Centinaia di gruppi armati, fondamentalisti e signori della guerra, hanno devastato la Libia. A ricomporre il quadro ci hanno provato le Nazioni Unite, imponendo un governo di unità nazionale, ma che di unitario ha ben poco. Le grandi potenze sono divise. Da un lato gli Stati Uniti, sponsor del governo Serraj a Tripoli, dall’altro la Russia, che non ne riconosce la legittimità. Una partita che, come quella siriana, si risolverà solo quando Mosca e Washington avranno trovato un’intesa.

A fare da tramite ci proverà il premier italiano Matteo Renzi, che il 17 giugno incontrerà il presidente russo Vladimir Putin in un bilaterale a San Pietroburgo. Nell’incontro, il premier italiano affronterà la questione libica, chiedendo al Cremlino di appoggiare il governo Serraj. Una missione difficile per Renzi, dal momento che Mosca ha sempre ribadito che non può esserci un governo di unità nazionale legittimo, senza l’approvazione del parlamento di Tobruk. Nel frattempo si muovono anche gli Stati Uniti. La portaerei USS Harry Truman è arrivata nel Mediterraneo. La portaerei servirà da base di lancio per i caccia impegnati nei bombardamenti contro obiettivi dell’Isis in Iraq e Siria. E’ la prima volta dal 2003, anno della guerra in Iraq, che c’è una così massiccia presenza americana nel mediterraneo. Un chiaro messaggio per la Russia.