Dopo quasi due settimane d’intensa campagna aerea sui cieli della Siria, s’inizia a delineare la strategia russa. Con una media di cinquanta sortite giornaliere, i caccia con la stella rossa non hanno dato tregua ai terroristi colpendo depositi munizioni, piazzeforti, centri comando e convogli in movimento. Lo scopo è di annichilire il morale del nemico, non consentendogli la possibilità di spostare uomini e armi. L’attacco missilistico dell’altro giorno poi manda un chiaro segnale agli uomini di al-Baghdadi: non importa quanti “osservatori” o informazioni abbiano per controllare i decolli dei velivoli, perché la morte può arrivare anche da molto lontano. Dal punto di vista operativo la “divisione dei compiti” è semplice: dall’aeroporto Bassel al Assad partono i vecchi Su-24 e Su-25 – che operano principalmente con il compito di fornire supporto aereo ravvicinato – nella zona di Idlib e Hama, dove l’Esercito Siriano sta cercando di riconquistare le posizioni perdute; mentre nella base di Hmeimim si trovano i caccia di quarta generazione Su-30 e Su-35, che colpiscono con armamento di precisione i bersagli più ostici (come bunker e centri comando) dello Stato Islamico nella provincia di Raqqa.

Sull’efficacia di questi bombardamenti, le proteste della Nato (con la Turchia in testa) e dei Paesi del Golfo contro questi primi quattordici giorni di attacchi aerei, da sole basterebbero a confermare la riuscita degli strike. Il motivo costante del malumore si basa sull’accusa che l’aviazione russa si starebbe concentrando troppo sui cosiddetti ribelli “moderati” invece che sugli uomini di al-Baghdadi. La risposta sta nella visione “ideologica” che Mosca ha della Siria: il nemico sono tutti i gruppi islamici radicali e chiunque imbracci le armi contro l’esercito regolare è da considerarsi terrorista. In un momento così cruciale della guerra tutti quelli che combattono gli islamisti devono unirsi per sconfiggerli. Questo è il motivo delle rinnovate aperture al Free Syrian Army (o quello che ne resta) e alla decisa condanna degli attacchi turchi contro le postazioni curde. Lo scopo politico è di renderli più “malleabili” alle trattative con il governo legittimo, ma quello tattico è molto più impellente: allentare la pressione verso la capitale e rinsaldare l’asse Damasco – Homs – Hama lungo l’autostrada M5. Il cosiddetto “Esercito della Conquista” – che include i qadisti di al Nusra, i salafiti di Ahrar al Sham e il resto della “opposizione moderata” – è il pericolo più impellente verso le aree più densamente popolate che vanno difese per prime. Se cadesse questo ultimo grande fronte centrale sarebbero parecchi milioni i profughi che si riverserebbero in Europa; altro che il primo timido assaggio di quest’ultimo anno.

Mentre molti analisti vedano sinistre analogie con il tragico intervento russo in Afghanistan – preludio alla sconfitta dell’Urss -, il Cremlino prevede di terminare il suo intervento in soli quattro mesi. Bisogna però anche pensare alle rilevanti differenze rispetto quella guerra: la Russia non è più un invasore laico a scontrarsi con ostilità dell’intera popolazione mussulmana, anzi si prefigge di difendere una parte della popolazione dagli estremisti; ha gli “uomini a terra” dell’esercito siriano a indicargli i bersagli da colpire e lascia fare il “lavoro sporco” ai Pasdaran iraniani e agli uomini di Hezbollah, indubbiamente più esperti e motivati dei soldati sovietici. Considerando però le modeste condizioni delle Forze di Assad è lecito pensare che tutta l’operazione sia fatta per raggiungere un rapido compromesso tra le parti. Colpire duro all’inizio, distruggere le scorte d’armi, mezzi e depositi del nemico, in modo da permettere alle truppe sfinite di Damasco di passare all’offensiva. Una volta riconquistato il controllo delle principali città (se possibile anche Aleppo), sedersi al tavolo con i “moderati” in posizione di vantaggio; oppure minacciare una scissione del Paese, con i curdi pronti a crearsi il loro Stato.

L’intervento russo comunque rimane una grossa scommessa per Mosca che, alle prese con diverse sfide potenzialmente letali – in primis Donbas, sanzioni, calo del prezzo delle materie prime, espansione della Nato – è ben consapevole di non poter rischiare di rimanere invischiata a lungo in quel teatro. L’imponente dispiegamento aeronavale – oltre a essere il solito sfoggio muscolare per mettere in mostra i nuovi mezzi, strizzando l’occhio al mercato – è di tutto rispetto: la cinquantina di aerei e la squadra navale impongono una tacita no-fly zone sui cieli della Siria. Consegnare le armi ai terroristi diventa ogni più difficile, mentre è prossimo l’arrivo dei primi caccia cinesi nella portaerei già al largo di Tartus. La consegna di pezzi d’artiglieria, lanciarazzi multipli e nuovi carri armati lascia intendere che presto, finiti i raid contro i centri nevralgici del nemico, scatterà l’offensiva. Quella in cui Putin si gioca tutto.