Che i rapporti tra Turchia e Russia siano sempre stati molto tirati in tutto l’arco storico che li ha visti coinvolti, oggi assistiamo ad un nuovo, insolito capitolo di una diatriba secolare: il Cremlino ha pubblicamente accusato Recep Tayyip Erdogan e i suoi familiari di essere direttamente coinvolti nel traffico di petrolio e metalli preziosi dal Siraq verso la Turchia, in cambio di uomini, armi e mezzi a sostegno della causa jihadista nella regione. La risposta del Sultano è giunta ferma a condannare le illazioni di Mosca, sostenendo che il governo russo ‘non ha il diritto di calunniare in tal modo’. Erdogan ci ha messo la faccia, sostenendo che qualora tali asserzioni si fossero rivelate fondate si sarebbe dimesso. La palla è quindi tornata nella metà campo russa: il Ministero della Difesa ha convocato una conferenza stampa al quale hanno presenziato gli addetti militari delle rappresentanze diplomatiche su suolo russo. Il viceministro della Difesa, Anatoly Antonov, ha pubblicamente dichiarato che la Turchia è il principale consumatore del petrolio trafficato dallo Stato Islamico, dal quale i jihadisti guadagnano circa due miliardi di dollari all’anno. Il coinvolgimento della famiglia Erdogan è stato sottolineato da Rossijskaya Gazeta, quotidiano governativo russo, che ha reso noti una serie di accordi siglati dalle compagnie di navigazione del figlio del Sultano, Bilal Erdogan.

Durante l’incontro tra le autorità russe e i rappresentanti militari sono stati trasmessi alcuni recenti video che testimoniano la veridicità e la consistenza di questi profittevoli traffici tra i terroristi islamisti e la famiglia del Capo di Stato turco. La notizia era stata diffusa già da qualche giorno, in seguito alle dichiarazioni del Presidente russo in occasione del summit sul clima tenutosi a Parigi, ma non aveva trovato le conferme fattuali che sono state diffuse nella giornata di ieri dal Ministero della Difesa a Mosca. Un evento che non può che lasciare sorpresi – piacevolmente o meno, è a discrezione propria – è la novita del mezzo utilizzato: la pubblicizzazione dei malaffari di stato da parte di uno stato estero, con dei mezzi diplomatici a dir poco ruvidi. L’obiettivo, così come riferito dallo stesso Antonov è un “controllo delle ruberie” che la famiglia Erdogan opera attraverso le stanze del potere. Molti familiari del presidente turco sono infatti assegnatari di prestigiosi incarichi in imprese statali. “Le dimissioni del Presidente turco le deve volere il popolo turco, non è una richiesta che deve partire dalla Russia” ha chiosato lo stesso ministro.

Onde produrre dei giudizi sulla rettitudine morale in seno ai palazzi del potere, non rappresentiamo in quanto italiani l’esempio più virtuoso da seguire. L’aggravante della situazione è rappresentata da conclamati rapporti economici tra un Capo di Stato e la più grande organizzazione terroristica tuttora operante. Il torbido operato di un dittatore come Erdogan si macchia dello stesso sangue che piangiamo quando dei fanatici aprono il fuoco in un teatro parigino, ma in quanto alleati politici del Sultano ne abbiamo sempre seppellito i malaffari e i crimini. Oggi la Russia, seppur in maniera poco consuetudinaria alla sua stessa tendenza, ha reso pubblico ed evidente un crimine di stato, sbattendo in faccia all’Occidente una colpevolezza che condividiamo vergognosamente.