Nel comprensibile giubilo mediatico di sapere come finalmente vi sia una grande Potenza decisa a passare dalle chiacchiere ai fatti – combattere i macellai dell’ISIS in maniera seria e decisa – è doveroso chiarire qualche punto. La Russia allo stato attuale non è impegnata militarmente in Siria; reparti regolari del suo esercito non sono al momento dislocati in territorio siriano e non partecipano quindi ai combattimenti. Come accade in molti altri scenari del mondo, lo Stato più grande e che arma e sostiene una fazione, partecipa in modo insondabile, ma allo stesso tempo interessato, al conflitto: tutelando i suoi investimenti economici, i suoi plus strategici e le sue alleanze politico-militari. Ad esempio, in Ucraina figurano – tra le fila dell’esercito – addestratori e uomini dei servizi speciali americani incaricati di perfezionare le tecniche belliche degli uomini di Kiev, svolgendo allo stesso tempo un monitoraggio sulla fine che fanno le centinaia di milioni di dollari che Washington spende per fare, in fondo, uno sgarbo alla Russia. Quest’ultima, pur con motivazioni certamente più nobili e interessate dal fatto di essere nel proprio cortile di casa, fa la stessa identica cosa con i separatisti dell’Est.

La Siria è partner strategico e commerciale di Mosca da decenni, e da decenni ne acquista armi, tank, aerei e mezzi d’ogni tipo. Come parziale contropartita, ospita, nell’attesa di formalizzare un già tiepido accordo (con il conseguente scalo) con Cipro, gli unici porti del Mediterraneo dove le navi militari battenti bandiera con l’aquila bicefala possano attraccare; come è ben noto. Se in questi giorni il traffico tra Sebastopoli (capita l’importanza?) e Tartus e Latakia è aumentato, e se Mosca ha chiesto l’utilizzo degli spazi aerei greco ed iraniano (la ricattabile Bulgaria, dopo aver già fatto naufragare il South Stream si è rivelata essere sempre più nel pugno di Obama) è perché la situazione in Siria volge sempre più al peggio e Putin non può permettere che l’amico e alleato Assad cada. Cadendo, il presidente siriano si porterebbe nel baratro gli unici attracchi che danno ancora una parvenza di multipolarità al Mediterraneo e che non ne fanno un lago americano. Ecco perché gli sforzi di Mosca sono aumentati; della serie: se non ora, quando? Ma di nuovo, nonostante il clamore, vi è gran poco.

L’impegno militare diretto è tutt’altra cosa e Putin ne farebbe volentieri a meno. Spera, aumentando considerevolmente l’apporto di mezzi e d’armi alle forze siriane ed i suoi alleati regionali, e giocando sul prezioso alleato iraniano e la sua rabbia atavica nei confronti degli “infedeli” islamisti, di poter arginare quello che la coalizione-fantoccio imbastita da Washington e le petromonarchie ancora un anno fa, ha solo solleticato. La guerra in Ucraina è logorante e costosa, il petrolio è ai minimi storici, il rublo si affievolisce e, soprattutto, gli scrupoli di mandare i figli della Madre Russia a combattere contro le bestie fondamentaliste non sono pochi. Tutti elementi che, insieme all’accortezza da scacchista che contraddistinguono lo “Zar” ed il suo entourage, premono sulla saggezza e non sulla fretta e sulla furia cieca come si usa spesso e volentieri nelle cancellerie atlantiche. Tutto questo, ben si capisce, nella speranza che l’accresciuto sostegno porti i risultati sperati e che lo stesso facciano i reparti di pasdaran iraniani giunti a Damasco. Se, Dio e Allah non vogliano, tutto ciò non dovesse servire, le cose prenderebbero una piega diversa e forse, pur di salvare le sue piazze d’armi siriane, a quel punto il presidente russo sarebbe costretto ad intervenire più duramente e magari ad inviare l’esercito.

Sarebbe un evento eccezionale e la prima volta che la Russia, intesa come repubblica democratica, invia reparti militari fuori dai propri confini. Un particolare non di poco conto ma che, apparentemente, le suddette cancellerie occidentali – ben più esperte nel giocare alla guerra in giro per il mondo – sembrano dimenticare. Soprattutto quando, spiazzando logica e buon senso, invece che temere per il tracollo delle forze lealiste di fronte all’avanzata dell’ISIS, esprimono “preoccupazione” per l’accresciuta presenza russa in Siria puntando, ancora, il dito contro Assad quale responsabile della guerra. E a quel punto noi, passivi spettatori occidentali, abituati nell’ultimo anno a vedere ogni peggior nefandezza esistente al mondo venir perpetrata impunemente, senza che dal civile, progredito e democratico “mondo libero” si alzasse una singola voce forte, cosa dovremmo pensare? Forse, che per l’ennesima volta, non ce l’hanno raccontata nel modo giusto.