La Russia del XXI secolo si trova sotto costante attacco da parte della global governance, che non vede di buon occhio il suo ritorno in scena fra gli attori che contribuiscono a scrivere la storia sullo scacchiere politico internazionale. Il Paese guidato da Vladimir Putin sta riemergendo sia da un punto di vista economico che geopolitico ed in maniera preponderante si pone come modello alternativo all’attuale format di società del consumo che ha dilagato in Europa -Russia compresa- a cavallo fra gli ultimi due secoli. Per questi motivi la Federazione russa è chiamata a difendersi da molteplici e costanti insidie: dalla tradizionale espansione della NATO e l’accerchiamento che ne deriva, alla primavera ucraina sfociata in una vera e propria guerra contro le popolazioni di etnia russa, per giungere a sfide più sottili generate dalla modernità, che esulano dal piano strettamente militare. Più concretamente queste ultime riguardano sia le sanzioni economiche adottate dall’Unione Europea sotto pressioni americane, sia la crisi del prezzo del petrolio, indotta artificialmente per mettere in difficoltà quei Paesi che prevedono un consistente export di greggio in bilancio, ma soprattutto – e di conseguenza – le guerre valutarie e il tentativo degli speculatori di affossare il valore del rublo. Se da un lato è indubbia la potenza militare russa – le spese per la difesa si aggirano intorno ai 70 miliardi annui e sono in continua crescita – nessuno ha mai manifestato con altrettanta sicurezza una supremazia di mezzi nelle battaglie cosiddette non convenzionali. Tuttavia i vertici dell’apparato statale russo hanno saputo imparare dagli errori del passato, dimostrando durante l’attacco speculativo al rublo nel Novembre 2014, di tenere testa all’occidente anche sul piano delle sfide finanziarie.

L’ ex Paese sovietico infatti nel 1998 si trovò tecnicamente in default, principalmente a causa della sua dipendenza economica da obbligazioni a breve termine. Questi titoli erano la prima fonte di finanziamento per l’imponente apparato statale russo, con interessi che potevano arrivare al 60% ed un pagamento garantito a distanza di soli due anni, erano il più diffuso strumento finanziario sia fra istituti bancari che fra privati. È inutile rammentare come “non sia tutto oro ciò che luccichi”: difatti la struttura piramidale di questi titoli (per cui si onorava la scadenza dei primi col denaro preso in prestito dai secondi, quella dei secondi con quello dei terzi, e cosi via) condusse nel giro di pochi anni ad una grave crisi di liquidità. Il Ministero delle Finanze pensò di ovviare al problema collocando queste obbligazioni anche sui principali mercati globali; gli investitori esteri effettivamente accorsero numerosi, ma la sottoscrizione dei titoli aumentò troppo velocemente superando qualsiasi previsione e rendendo di conseguenza ingestibile il rapporto domanda/offerta. Nel giro di qualche mese, nonostante le rassicurazioni espresse dal presidente Eltsin, il Tesoro si vide costretto a non onorare il pagamento dei titoli, pensando inizialmente di ricertificarli come nuovi – ma più che una soluzione il Ministero delle Finanze stava cercando solamente di “prendere tempo” -. Difatti, nessun investitore diede fiducia all’ipotesi della ricertificazione e l’inevitabile epilogo fu una pesantissima crisi del rublo. Le riserve auree o in valuta estera di allora non furono sufficienti ad attenuare il crollo del valore della moneta russa, e le responsabilità caddero pesantemente sull’esecutivo in carica. Le conseguenze di queste politiche economiche errate si tradussero in una crisi del sistema politico che comportò l’ennesimo squilibrio dell’esecutivo russo, trovando un solo temporaneo epilogo nel congedo del premier Kirienko, per volontà dello stesso Eltsin. I principali media del mondo occidentale, sono ormai da anni impegnati in una incessante propaganda anti-russa; la quale, dipingendo l’ex Paese sovietico come autoritario in patria e spregiudicato in politica estera, si prefigge il fine di infondere un vero e proprio timore nei cittadini europei. A tal proposito fanno però riflettere le parole di Brzezinski, ex uomo del governo Carter, influente studioso da sempre vicino agli ambienti istituzionali americani: “L’obiettivo geopolitico principale degli Stati Uniti è quello di evitare la formazione di un Heartland continentale o eurasiatico che possa rivaleggiare con la loro propria potenza, cioè di fare tutto il possibile per evitare l’emergere di una potenza rivale in Europa occidentale, in Asia o sul territorio del vecchio impero russo”. [1] È alla luce di questa chiave di lettura che va interpretata l’informazione che i grandi media mondiali ci riferiscono riguardo la Russia, piuttosto che l’esistenza di organismi quali la NATO.

È facile intuire quindi come le fondamenta di certi discorsi retorici, da sempre cavalli di battaglia dell’informazione nostrana, sembrino scricchiolare e la loro genuinità risulti compromessa. A novembre del 2014 però, le “sempreverdi” campagne per i diritti civili degli omosessuali, piuttosto che contro le troppo stringenti regolamentazioni delle ONG, hanno lasciato il passo a servizi sempre più incentrati a sottolineare le scarse prospettive dell’economia russa. Facendo leva su argomentazioni quali le sanzioni europee ed il calo del prezzo del petrolio, il fine ultimo di questa campagna denigratoria era quello di influenzare i mercati, facendo loro maturare una sfiducia nei confronti dell’economia russa. L’esito di queste argomentazioni ha difatti condotto ad una – non casuale – vendita di massa del rublo, da parte di numerosi investitori nei centri finanziari più importanti al mondo, che nel classico meccanismo a catena, ha travolto la valuta russa determinandone un drastico deprezzamento. La moneta ha perso il 45% del suo valore rispetto a inizio anno, se a maggio 1$ valeva 35 rubli, a metà dicembre il cambio era sprofondato: pari a 79 rubli per un solo dollaro. In questa situazione il Paese non poté nemmeno beneficiare della competitività derivante dalla svalutazione per incrementare le sue esportazioni. A causa infatti delle sanzioni europee la Russia non trova tutt’ora nell’Europa un partner commerciale disponibile, e i prodotti per cui è da sempre rinomata (vodka e caviale in primis) seppur diventati competitivi, non vengono inclusi nel nostro mercato, saturo paradossalmente di prodotti analoghi francesi, rumeni e polacchi a prezzi ben più maggiori!  Specularmente si è registrata una forte riduzione anche per quanto concerne il settore delle importazioni, e l’Italia è stata fra i principali paesi a rimetterci, perdendo un importantissima quota di export, pari al 63%; la Russia ha infatti da sempre costituito uno dei principali mercati per le eccellenze italiane, a partire dall’agroalimentare senza dimenticare la moda, il design e i beni di lusso.

Contro ogni prospettiva però, le azioni messe in campo dal Cremlino sembrano aver rimesso in rotta il Paese, rovinando la festa a chi, oltre oceano, probabilmente osservava compiaciuto. Con una politica economica fortemente influenzata dall’esecutivo – cosa per noi occidentali incomprensibile viste le mani legate dei governi di fronte alle tre leve economiche – la Governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina e il presidente Putin hanno affrontato uno dei più grandi e minacciosi attacchi speculativi che la storia dei mercati possa annoverare, riducendo, se non minimizzando, i danni economici nei quali il Paese poteva incorrere e scongiurando l’incubo del default diversamente da quanto accaduto nel ’98. Se da un lato tecnici ed economisti della Banca di Russia hanno saputo strategicamente dosare le numerose riserve auree e in valuta estera – si stima in circa 100mld di dollari la cifra impiegata – sapientemente accumulate nel corso degli ultimi quindici anni; dall’altro, l’apparato diplomatico guidato da Putin ha saputo stringere alleanze che si sono dimostrate salvifiche per il Paese. Ci si riferisce all’ottimo rapporto intrapreso con la Cina di Xi Jinping, con la quale sono stati stipulati numerosi accordi in ambito militare, energetico ed economico. Il principale merito di entrambe le parti è quello di essere giunti alla ratifica di un accordo swap (una sorta di assicurazione) fra i due Paesi, mediante il quale la Cina si impegna a comprare rubli ad un tasso fisso di 5,67 per 1 yuan; denaro che poi il governo cinese userà per pagare la stessa Russia nell’ambito dell’accordo energetico-militare, con l’ulteriore garanzia per l’esecutivo di Xi Jinping dell’indicità della valuta nei confronti di un’eventuale inflazione. La finissima strategia prosegue, prevedendo il formarsi di una cospicua riserva in yuan in seno alla banca centrale russa, che potrà essere scambiata prima con dollari e successivamente impiegata nell’acquisto di rubli, così da sostenerne il valore a discapito del dollaro. Inoltre, la valuta cinese sta dimostrando grande solidità e sta costantemente insidiando il ruolo del dollaro come prima moneta globale utilizzata per gli scambi commerciali. L’intero accordo va contestualizzato quindi in un più ampio progetto che vede la Cina sostituirsi agli Stati Uniti come la principale potenza economica globale, e di pari passo, il subentrare della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) in luogo dell’ormai arrugginito Fondo Monetario Internazionale. Ambizioso progetto al quale, oltre agli importanti Paesi membri dei BRICS, sembra vogliano prendere parte anche numerosi stati europei fra cui l’Italia.

Non appagata, la Russia di Putin sta sempre più concretizzando anche un progetto di Unione Euroasiatica, alla quale hanno già aderito stati come la Bielorussia e il Kazakistan, che prevede una zona di libero scambio commerciale fra i paesi membri, e in un futuro persino l’utilizzo di una moneta unica. Al momento tale mercato unico è formato da 170 milioni di potenziali consumatori, produce un Pil totale di 2.700 miliardi di dollari e detiene il 20% delle riserve globali di gas naturale oltre al 15% di quelle petrolifere. [2] Il progetto è da considerarsi anche aperto agli Stati facenti parte dell’Unione Europea, secondo quanto affermato dal quotidiano tedesco “Deutsche Wirtschafts Nachrichten” la Russia ha proposto alle istituzioni di Bruxelles di rinunciare al trattato transatlantico (TTIP) con gli Stati Uniti in luogo di una partnership in questa nuova Unione commerciale. L’unico paese membro a far sperare in tal senso sembra essere la Grecia, che a partire dai pareri negativi espressi in merito alle sanzioni economiche, passando per la visita del neoeletto premier Tsipras a Mosca, ha a più riprese dimostrato di aver imboccato la via del dialogo con la Federazione Russa. Alla luce di quanto analizzato, la Russia del terzo millennio è indubbiamente da ritenere un Paese più solido di quanto avesse dimostrato al mondo nell’era post-sovietica, nonché un affidabile partner commerciale per tutti i Paesi continentali. Sessant’anni di politiche asserventi gli interessi d’oltreoceano ed un’ Unione Europea concepita come il giardino di casa della potenza americana, hanno piegato l’Europa ai minimi storici, e senza ombra di dubbio non possono rappresentare un futuro di speranza per gli Stati europei. È auspicabile riprendere un dialogo, e favorire uno scambio non solo commerciale, ma anche culturale, con quei Paesi che hanno scelto di imboccare la via di uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e responsabile in un mondo ormai in balia di quotidiani squilibri. Per tutti, ma sopratutto per l’Europa, il sole sorge sempre ad est.

1 Z. Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana. Longanesi, Milano 1998.

2 Rivista “Limes” 12/14, La Russia in guerra