La settantesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tuttora in corso, ha rappresentato lo spartiacque della politica internazionale recente. Ascoltare i discorsi della prima giornata di lavori, durante la quale i leader delle maggiori potenze mondiali si sono alternati sul pulpito dell’aula dell’Assemblea Generale, ha fatto percepire una sorta di inversione di tendenza. Le parole di Vladimir Putin hanno riecheggiato nel Palazzo di Vetro, applaudite nel finale da gran parte dei delegati presenti. Il mondo ha un nuovo leader, e lo stesso Obama se ne è accorto. I temi chiave, in entrambi i casi, sono stati le crisi internazionali che vedono coinvolti i principali attori, ovvero Ucraina e Siria, e la cooperazione per la lotta al terrorismo transnazionale. A tal proposito si è evinto come il leader russo calcasse la mano sull’impotenza delle organizzazioni internazionali, o meglio, su come l’imposizione di un egemone in particolare avesse reso inutile l’operato dell’Onu nella fattispecie. Perseguire gli interessi di una singola potenza, bramosa di imporre il proprio modello e la propria influenza su una serie di stati vassalli, ha prodotto il grande sconvolgimento cui l’Occidente, oggi, assiste passivamente.

La necessità di accogliere il favore della comunità internazionale si è presentata al presidente Putin con l’aggravarsi della crisi in Siria. Ricorrenti, infatti, sono state le notizie delle ultime settimane, durante le quali si affacciava timida la possibilità di un intervento militare russo entro i confini di Damasco per combattere i ribelli jihadisti, tra i quali Daesh e Al Nusra, al fianco delle truppe regolari siriane al servizio di Bashar Al-Assad. Proprio questo è il nodo gordiano della faccenda: una sorta di “novità” rispetto al passato, che ha reso la strategia militare approntata dal Cremlino più convincente e (si spera) anche più vincente rispetto alla disastrosa esportazione democratica di matrice occidentale. Mentre a Washington e nei sobborghi della Nato in Europa si continua a temporeggiare con la scusa dell’impossibilità di appoggiare un regime criminale, mercoledì 30 settembre il Presidente Putin ha ottenuto dal Consiglio della Federazione l’autorizzazione all’intervento dell’aviazione militare russa per colpire gli obiettivi strategici dello Stato Islamico. L’utilizzo delle forze armate fuori dai confini della Federazione è consentito solo previo rilascio dell’autorizzazione della Camera Alta del parlamento russo (in base a come disposto dall’articolo 102 della Costituzione del 1993), ed è la seconda volta nel giro di 18 mesi che ciò si verifica – l’ultima volta, il primo marzo 2014 si era autorizzato l’intervento in Crimea. I reparti dell’aviazione militare – già da agosto dislocate presso le basi di Tartus e Latakia – hanno effettuato circa una ventina di voli di ricognizione partiti dall’avamposto siriano di Hmeymim al fine di localizzare gli obiettivi sensibili di Daesh, situati in una zona di montagna. Secondo quanto comunicato all’agenzia Tass dal portavoce del ministero della Difesa russo, il Generale-maggiore Igor Konashenkov, sono stati colpiti otto bersagli sensibili tra i quali alcuni centri di controllo dello Stato Islamico, depositi di munizioni, carburante ed attrezzature militari, senza tuttavia colpire infrastrutture civili, poiché situati in zone lontane dai centri abitati. È stato specificato, inoltre, che la Difesa russa predisporrà esclusivamente operazioni aeree, che quindi non prevedono l’intervento di truppe di terra.

La diplomazia russa ha, dal canto suo, informato Stati Uniti e Israele delle proprie strategie, chiedendo agli Stati Uniti di non interferire con le operazioni militari russe, evitando di far sorvolare lo spazio aereo siriano con i propri velivoli. L’attrito tra Mosca e Washington, in tal senso, non si è ancora consumato: la battaglia diplomatica e mediatica è proseguita per tutta la giornata, e difficilmente cesserà nelle prossime ore. In una nota del Dipartimento della Difesa americano, a nome del Generale John Kirby, è stato condannata l’azione militare in Siria, classificata come “aggressione”. Per quanto ci si possa impegnare a voler mantenere una posizione neutrale nelle proprie considerazioni, risulta quantomeno difficile non poter notare una palese nota di trasformismo istituzionale di scarso livello. Senza scomodare tifi da stadio, pare piuttosto evidente come l’azione militare russa si classifichi assolutamente legittima, in ossequio alle norme di quel diritto internazionale ripetutamente bistrattato dalle grandi potenze, gli Stati Uniti in primis. L’intervento russo è stato richiesto e ottenuto dal legittimo presidente siriano Bashar Al-Assad, quindi con il consenso del Paese sotto attacco, mentre le autonome azioni militari operate da USA, Francia ed Australia continuano a verificarsi in contraddizione con i principi del medesimo diritto, senza autorizzazione alcuna da parte di nessuno.

Sembra difficile continuare a credere che i paladini della giustizia, gli esportatori di democrazia per eccellenza, si stiano opponendo con tutte le loro forze alla lotta contro i veri attentatori alla sicurezza internazionale. Eppure è stato proprio Washington a porre il veto sulla risoluzione ONU per classificare l’Isis come organizzazione terrorista. Gli sviluppi che ci saranno nei prossimi giorni non saranno in grado di fornire scenari più rosei, probabilmente le tensioni si acuiranno ulteriormente. La Casa Bianca vede crollare inesorabilmente il suo progetto egemonico mediorientale, ed inasprirsi il suo cammino verso l’intrusione nel Caucaso del Nord. Il fallimento tattico militare americano si perpetra lungo una direttrice che fa cadere la maschera finto-buonista in dotazione agli yankee. Deformare la realtà agli occhi del grande pubblico non rende una “piccola”nazione un grande Paese. Osteggiare aprioristicamente un’azione – almeno apparentemente – sensata quale l’intervento russo in Siria, non fa altro che mettere in evidenza un totale disinteresse per la tutela dell’ambiente internazionale, mostra altresì l’intenzione spietata di asservire tale sistema per il soddisfacimento dei propri interessi. “Ma vi rendete conto di cosa avete fatto?”