E’ stato proprio il capo del Servizio di Migrazione, Konstantin Romodanovsky, a impartire tale lezione in occasione dell’intervista rilasciata ieri a Russia Today. Durante tutta l’intervista Romodanovsky presenta il suo termine di paragone. “La Russia – afferma – si è comportata in maniera totalmente diversa con i rifugiati ucraini. “L’Unione Europea non ha avuto, e continua a non avere, una posizione comune per affrontare la questione. Ci sono le nazioni più liberali che vorrebbero accogliere gli immigrati, mentre altre che vorrebbero costruire muri ai loro confini.” Il funzionario russo ormai 59enne, in carica dal 2005, incalza: “L’UE non ha sviluppato un sistema efficiente per registrare i migranti che attraversano la frontiera, minando di conseguenza la capacità di espellere gli immigrati illegali.” La Russia può certamente essere criticata su diversi fronti, ma ciò che dice successivamente Romodanovsky è incontestabilmente vero. Stigmatizza l’Europa come “impreparata”, un’entità governativa incapace di seguire un approccio unico e condiviso ad un problema che sia veramente serio. Ma ciò che Romodanovsky critica maggiormente all’Unione Europea è la mancanza di capacità logica nel processo di integrazione. In poche parole, come pretendere di far entrare milioni di persone senza pensare ad un progetto concreto per la loro integrazione nella società occidentale? “Offrire aiuti fittizi ai migranti senza integrarli nel mercato del lavoro è inutile e controproducente. L’Unione Europea non si aspettava un fenomeno di queste dimensioni, con questi numeri, ed è stato sicuramente un grosso errore. Questo approccio al multiculturalismo ha fallito.”

Romodanovsky accusa i leader europei di aver coscientemente ignorato le differenze culturali, religiose e di costumi più in generale. “Mi concederete di citare ciò che è successo la notte di Capodanno in Germania, a Colonia. Non indicarlo come un chiaro esempio di scontro culturale mi sembrerebbe un errore.” Quando gli vengono chieste maggiori spiegazioni risponde: “E’ essenziale distinguere i profughi richiedenti asilo dai migranti economici. Una grande fascia di persone in Europa è esausta ed esasperata. La situazione economica globale è quella che è, il tasso di disoccupazione è molto alto, e in questa cornice i governi europei devono pensare ad occuparsi dei migranti provenienti da Siria, Libia, Afghanistan, Iraq e dal Nord Africa in cerca di lavoro e di una nuova vita.” “La Russia – spiega Romodanovsky – ha affrontato, proporzionalmente, un flusso migratorio maggiore rispetto all’Ue dopo la destabilizzazione dell’Ucraina”, cominciata ormai due anni fa. Ammette che i 600.000 richiedenti asilo, la maggior parte abitanti della zona orientale dell’Ucraina, “non hanno dovuto certo affrontare problemi di lingua, cultura o tradizioni”, dato che i due paesi condividono gran parte della loro storia. Ma ci tiene a sottolineare un particolare: la Russia ha sempre fatto entrare esclusivamente persone che potevano essere inserite nel mercato del lavoro. Far entrare migranti proporzionalmente al numero di posti e opportunità di lavoro disponibili, questa la prima tra le regole.

D’altronde come altro poter anche solo immaginare di integrare milioni di persone. L’integrazione non è un processo naturale se forzato, soprattutto se si ha a che fare con quello che è stato indicato come il più grande flusso migratorio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il primo passo per l’integrazione è fuor di dubbio un posto di lavoro sicuro. Un posto di lavoro permette di creare le basi su cui fondare una famiglia stabile e dignitosa. In questo modo anche il più umile dei migranti potrebbe permettersi un piccolo affitto, mandare il figlio a scuola, conoscere così famiglie occidentali e non, intrattenendo rapporti e stringendo legami con individui di origini occidentali e non. Ma se il “progetto” consiste nel far entrare milioni di persone disperate, di ghettizzarle negli squallidi sobborghi delle città, costringendole ad arrangiarsi con quello che si trova, beh, questa politica dell’incoscienza non potrà che portare grossi guai. E’ cosi’ che Romodanovsky conclude la sua intervista. Con un monito per l’Unione Europea. Se si leva il lavoro ad un uomo, gli si leva la dignità. Ha già visto la sua vita distruggersi nella sua terra d’origine, e ora vede sgretolarsi la possibilità di mantenere la propria famiglia anche in occidente. Tenere milioni di persone in queste condizioni è molto pericoloso, e se l’Ue non agirà al più presto, ne pagherà le conseguenze.