Non c’è bisogno di ripercorrere le sfide esiziali che la Russia ha dovuto affrontare da quando Putin è entrato al Cremlino: da Paese in crisi, saccheggiato da oligarchi e criminalità, in preda a una sanguinosa guerra di secessione con un esercito allo sbando; a ritrovata potenza globale capace di intervenire con decisione oltre confine e modificare in pochi mesi l’andamento della guerra in Siria. Basterebbe questa estrema sintesi per spiegare l’incredibile – per noi “democratici” occidentali – indice di gradimento che il presidente raccoglie presso il suo popolo. Putin non è solo un buon presidente ma, per la stragrande maggioranza dei russi, è un vero e proprio “salvatore della patria”. Eppure c’è chi ancora trama per abbatterlo non solo all’esterno ma anche all’interno delle stesse istituzioni. C’è ancora chi rimpiange e idealizza gli anni ’90 sotto Eltzin, quel periodo “liberale” dove si svendevano i beni nazionali per favorire l’integrazione con l’Occidente. Questi gruppi filo-atlantisti sono ancora ben radicati nei quadri dirigenziali, nei ministeri e in posti chiave del potere; pronti a pugnalare alle spalle il capo del Cremlino alla prima occasione utile.

Nonostante i numerosi successi del governo in questi sedici anni, Putin non è stato ancora in grado di riformare il sistema politico e quello economico, né di eliminare la quinta (e sesta) colonna che trama e rema contro la rinascita della Russia come potenza globale. I liberali filo-occidentali (e i loro amici di Washington) sono consapevoli di non avere alcuna chance alle elezioni, né riuscirebbero mai inscenare alcuna “rivoluzione di piazza colorata”. I timidi tentativi del 2012 di piazza Bolotnaya e lo stesso scenico omicidio di Nemetzov per mobilitare l’opposizione sono falliti miseramente. Non si può abbattere un governo amato dal 90% della popolazione senza ricorrere a un colpo di Stato ed è impossibile farlo senza l’appoggio dell’esercito e dei servizi. Si cercano quindi strade alternative: si attende che il gradimento crolli magari per la svalutazione del rublo, per l’incremento della disoccupazione o per un aereo abbattuto; mentre si lavora nell’ombra per indebolire il potere centrale. La vittoria in Siria sarebbe un colpo mortale alle ambizioni di spodestarlo dal Cremlino. S’intensifica la pressione sul governo cercando di farlo ora cedere sulle privatizzazioni. La “sesta colonna” di cui parla Dugin – composta di funzionari liberali rimasti in sella dal periodo di Eltzin –, anche se ufficialmente fedeli alle autorità e apparentemente ubbidienti, continua a lavorare indefessamente per riformare l’economia in chiave liberista, seguendo pedissequamente l’ideologia d’oltreoceano.

Uomini come Anatoliy Serdyukov (ex ministro della Difesa, ora direttore della Rostec), Alexei Kudrin (ex ministro delle Finanze), Ksenia Yudaeva (capo della Sberbank, Anatoly Chubas (capo della Rusnano1), Igor Shuvalov (vice ministro del gabinetto), Elvira Nabiullina (capo della Banca Centrale), Anton Siluanov (ministro delle finanze) e lo stesso primo ministro Dmitri Medvedev sono solo alcuni dei nomi sulla lista dei filo-atlantisti in posti chiave del potere. Dietro alla situazione critica del bilancio russo non c’è solo la caduta del prezzo delle materie prime o le sanzioni, ma una serie di errate misure prese dalla Banca Centrale come la fluttuazione del rublo e il mantenimento di alti tassi d’interesse, unita alla mancanza di una seria riforma e sviluppo del tessuto economico. L’aumento del debito pubblico e del deficit nella bilancia dei pagamenti viene utilizzata come pretesto per intervenire e privatizzare i principali gruppi industriali del Paese. Rosneff, VTB Bank, Aeroflot e le Ferrovie dello Stato sono le prime aziende nel mirino per fare cassa. La teoria neoliberista pretende che questi preziosi asset siano venduti sul Mercato, cedendo così all’estero gran parte della sovranità duramente riconquistata durante la prima decade della presidenza putiniana. Risolvere problemi di budget in questo modo è un suicidio politico nel lungo periodo: non solo perché i dividendi di queste aziende finiranno in Occidente, ma anche perché i nuovi proprietari sfuggiranno alla giurisdizione russa, sfruttando al meglio l’intreccio politico-finanziario-legislativo delle istituzioni create ad hoc da Washington. Le privatizzazioni (di cui la globalizzazione è logica conseguenza) sono lo strumento più potente in mano all’elite mondialista, nemica giurata della Russia.

Impossibile che Putin e il suo entourage non lo sappiano eppure, per ora, attendono senza muovere un dito. La rimozione e il licenziamento di tutti questi funzionari “sleali” provocherebbe accese reazioni soprattutto in Occidente, quindi pazientano aspettando che si rovinino con le proprie mani. Canalizzando il malcontento popolare verso questi elementi deviati, finché non sia il popolo stesso a reclamare le loro teste; magari dopo aver sconfitto l’Isis e ridimensionato l’ambizione neo-ottomana della Turchia. La resa dei conti intanto si avvicina e, da esperto judoka, attende siano loro a fare la prima mossa per sbarazzarsi definitivamente di questi pericolosi nemici interni.

1 Russian Nanotechnology Corporation