Dopo la vittoria di Macrì in Argentina, un altro durissimo colpo viene assestato al populismo progressista dell’America Latina dalle elezioni venezuelane. Se già i sondaggi prospettavano una vittoria di misura consistente dell’eterogenea costellazione di partiti d’opposizione riuniti sotto il target del MUD sul Partito Socialista Unito Venezuelano, i risultati hanno consegnato alla formazione di Maduro una situazione ancora più svantaggiosa. L’opposizione ha indiscutibilmente vinto, ottenendo, a spogli non ancora conclusi, la matematica certezza della maggioranza assoluta assicurandosi almeno due terzi dei 167 seggi del parlamento venezuelano, relegando a circa 50 seggi il partito del presidente, che si ritrova così per la prima volta dopo 17 anni sconfitto nettamente in una tornata elettorale; da ora in avanti Maduro governerà da “anatra zoppa”, dato che in Parlamento il MUD disporrà dei numeri necessari a scavalcare le decisioni prese dall’esecutivo, boicottare le nomine agli organi giudiziari e, cosa più importante, promuovere il temuto referendum sulla revoca del mandato a Maduro, grande spauracchio dell’erede di Chàvez, che era il grande interessato del voto, qualificato dalla grande maggioranza dei commentatori come un vero e proprio sondaggio sulla gestione del Venezuela bolivariano post-chavista.

L’opposizione, dopo una lunghissima marcia pre-elettorale che si potrebbe definire iniziata addirittura con la rivoluzione interna al MUD seguita alla sconfitta alle presidenziali di Caprilles nel 2013, esulta e tramite le parole del suo leader Jesus Torrealba prospetta l’inizio di un “nuovo ciclo politico” per il Venezuela. Il grado di novità nelle mosse previste dal MUD appare quantomeno trascurabile, dato che l’alleanza dei partiti che compongono la formazione è saldata esclusivamente dalla volontà di riportare indietro le lancette della Storia, cancellando i risultati di tre lustri abbondanti di chavismo, mentre poca organicità sussiste per quanto riguarda le decisioni da compiere per dar risposta alle questioni più scottanti della presente realtà politica del paese, prime fra tutte la crisi economica. Dunque, prima ancora che ai meriti politici veri e propri dell’opposizione, della quale alcune parti costituenti hanno contribuito a alzare a livelli inaccettabili il livello di tensione nel paese nelle settimane precedenti il voto, le ragioni del tracollo elettorale del PSUV vanno cercate all’interno del contesto socio-politico del Venezuela post-Chàvez.

Si può affermare che la Rivoluzione Bolivariana sia stata “divorata dai propri figli”: come è successo in Argentina, l’emorragia di voti del partito di governo va innanzitutto iscritta all’insoddisfazione della classe media, orientatasi mese dopo mese su posizioni diverse da quelle del governo, suggestionata in maniera notevole dalle difficoltà economiche vissute dal Venezuela negli ultimi mesi e forse intimorita dalla paura di nuovi scontri violenti nel caso in cui una vittoria di Maduro alle elezioni avesse, di fatto, polarizzato il paese. I membri di questa nuova fascia della popolazione danno oramai per assodate le conquiste della Rivoluzione (salario minimo, protezione sul lavoro, istruzione e sanità universali e via dicendo) e, come i parigrado, hanno preferito votare guidati dall’urgenza, preoccupati più delle difficoltà contestuali e sistemiche del periodo pre-elezioni che delle possibili conseguenze che la loro scelta potrebbe generare se l’opposizione riuscisse a rovesciare Maduro e a riconsegnare il paese alle oligarchie filo-liberiste che hanno egemonizzato il potere in Venezuela sino alla fine degli anni Novanta.

La classe media creata dalle politiche redistributive di Chàvez non ha mai amato Maduro, primo “figlio della Rivoluzione” che non ha saputo gestirne lo sviluppo. Poco mediatico, troppo ombroso, troppo incerto, il presidente non ha fatto presa; ha pagato caro il manifestarsi delle prime difficoltà dopo il fisiologico esaurimento della “decade dorata”, e ostinandosi su decisioni a lungo andare discutibili (prima fra tutte il mantenimento del cambio fisso del bolivar) ha dilapidato il patrimonio di consensi che l’investitura, quasi sacrale, del defunto leader aveva attratto sulla sua persona quale successore designato del rinnovatore del Venezuela. Maudro, che al contrario delle voci tendenziose diffuse sui nostri media nei giorni scorsi ha riconosciuto in maniera esplicita la sconfitta, non ha cercato alibi, ma nemmeno chinato la testa. Ha infatti definito “eroico” il risultato del PSUV; al netto di possibili contenuti retorici di questa dichiarazione, al leader del PSUV non si può non riconoscere una certa dose di coraggio. Maduro ha avuto quantomeno la forza di dire cose scomode, di denunciare la guerra economica deliberatamente condotta dai sostenitori delle opposizioni contro il Venezuela e il suo popolo al fine unico di destabilizzare il presente regime politico, e il risultato delle urne testimonia il contributo importante che questa manovra ha avuto nella sua perdita di consensi.

Sconfitto da forze indiscutibilmente superiori, Maduro dovrebbe tuttavia vedere un’opportunità, in questa sconfitta. La vittoria del MUD gli offre la possibilità di poter definitivamente cambiare rotta, di ripensare la Rivoluzione Bolivariana e di aggiungervi un proprio marchio distintivo, un quid tale da salvarne le conquiste dall’assalto che sicuramente le porteranno nei prossimi mesi i vincitori di oggi. Soprattutto in campo economico, il Venezuela necessita di aggiustamenti strutturali: una maggiore lotta alla corruzione, delle nuove politiche monetarie e una riforma della gestione delle entrate petrolifere sono tra le misure assolutamente necessarie per “rivoluzionare la Rivoluzione” al suo interno, adattandola al contesto attuale. La guerra economica continuerà, con la stessa asprezza di prima saranno incentivate fughe di capitali e mercato nero, e anche su quel versante la politica del PSUV necessita di aggiustamenti strutturali. Il voto di domenica, che nei desideri delle opposizioni rappresenta il colpo mortale al cuore del chavismo, potrebbe tramutarsi nel necessario elettroshock che ad esso serviva per riprendere smalto. La palla passa dunque a Maduro. Saranno le sue scelte, le sue parole e le sue azioni a tracciare il solco tra la trasformazione del pessimo risultato in una totale disfatta e il riflusso dei suoi esiti potenzialmente negativi.