Ramadi è di nuovo in mani irachene. La città, capoluogo della strategica regione dell’Anbar, era controllata, da maggio scorso, dai miliziani dell’ISIS. La vittoria dell’esercito iracheno è il più importante successo, in Iraq, da almeno 18 mesi e testimonia lo stato di grave difficoltà in cui si trova il Califfato di Al-Baghdadi, bersaglio dei raid russi in Siria e dell’avanzamento di soldati e milizie filo-governative in Iraq. La riconquista di Ramadi, avviene appena ventiquattr’ore dopo le nuove dichiarazioni del Califfo, che, nella giornata di Santo Stefano, con una registrazione di 24 minuti, ribadiva che “il Califfato non è stato indebolito dai raid in Siria” e minacciava gli ebrei aggiungendo che “la Palestina sarà il vostro cimitero”. Un “avviso” preoccupante, viste le pericolose infiltrazioni di cellule affiliate all’ISIS in alcune zone della West Bank e in particolare della striscia di Gaza. Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del Califfo, Daesh è seriamente in difficoltà. La sconfitta di Ramadi ne è la prova. In Siria la situazione per i tagliagole dell’ISIS si fa sempre più difficile. Merito dei raid russi che, in poco più di un mese, hanno sbaragliato le retrovie jihadiste e messo alla luce pericolose convergenze tra alcune potenze regionali e gli uomini del Califfo. In Iraq, Ramadi è la seconda grande città, dopo Tikrit ripresa in aprile, a tornare nelle mani del governo. Il prossimo obiettivo è la completa riconquista di tutti i territori perduti che, come dichiarato dal premier Haider al-Abadi, culminerà nella presa di Mosul, capitale irachena del Califfato. Ma le sorprese potrebbero non finire qui.

Prima dell’Epifania a tornare nella civiltà, potrebbe essere anche Palmyra, città martire siriana, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, e simbolo della barbarie jihadista. Le truppe governative, con il supporto aereo russo, sarebbero a pochi chilometri dal sito archeologico tristemente famoso per le uccisioni “spettacolari” e per la distruzione dei monumenti. Daesh è in difficoltà, ma è tutt’altro che sconfitto. I raid e le operazioni militari, da sole, non bastano. E’ necessario mettere in piedi una strategia comunicativa inclusiva, che eviti gli errori del passato che hanno permesso all’ISIS di mantenere il potere nelle zone a maggioranza sunnita dell’ovest iracheno. Ecco perché uno dei primi atti annunciati dal governo di Baghdad è quello di voler rimettere la città nelle mani della polizia locale e delle forze tribali sunnite, cruciali in questi giorni di assedio a fianco delle truppe governative. I recenti sviluppi in Siria e Iraq, testimoniano che i raid aerei simbolici, una tantum, su obiettivi di scarso valore e senza un coordinamento con le forze che operano sul campo, sono tanto sterili quanto dannosi. Se si vuole sconfiggere la proiezione territoriale dell’ISIS in Medio Oriente, è necessario cooperare con le truppe locali. Proprio quello che sta facendo Mosca in Siria che, da sola e in poco più di un mese, ha ottenuto di più di quanto non abbia fatto la coalizione occidentale in un anno. In Siria, il Paese dell’area con la situazione più critica, i raid russi in coordinazione con le truppe di terra dell’esercito di Damasco, hanno favorito la riconquista di una buona porzione della frontiera turco-siriana, oltre al successo nella presa di Aleppo e di buona parte della sua provincia. La battaglia di Ramadi può rappresentare un punto di svolta. Se gestita correttamente, la ricostruzione della città e del suo tessuto sociale, può diventare un precedente di importanza unica nella gestione della minaccia jihadista a livello regionale.