L’esito di quelle che sono state definite le elezioni più incerte dalla fine del franchismo è ancora un mistero. A meno di una settimana dal voto, la Spagna, sembra brancolare nel buio. I sondaggi delle ultime ore, gli ultimi pubblicati prima del silenzio pre elettorale, danno come primo partito il Partido Popular del premier uscente Mariano Rajoy. Un primo posto amaro, dal momento che difficilmente il PP riuscirà a ottenere i 176 seggi necessari per avere la maggioranza assoluta al Congreso de los diputados. A seguire tutti gli altri, in una lotta all’ultimo voto per un secondo posto tutt’altro che scontato. Se fino a poche settimane fa il Partito Socialista del “divo” Pedro Sanchez, era dato come il maggior competitor del partito di maggioranza, nelle ultime ore la situazione sembra essersi complicata per i socialisti del PSOE. Gli ultimi sondaggi vedono, infatti, il partito dell’ex premier Zapatero in caduta libera. Lo storico partito guida della transizione post-franchista e vera anima del centro-sinistra spagnolo, otterrebbe appena 70 deputati, ben 40 in meno rispetto alle legislative del 2011. Il peggior risultato dal ritorno alla democrazia nel 1977, ma che rischia di tramutarsi in una vera e propria debacle se venisse confermato il trend delle ultime ore. Ad insidiare il PSOE ci sono Podemos e Ciudadanos, i due movimenti neofiti, che in pochi anni hanno scardinato il meccanismo bipolare che governa la Spagna dalla fine della dittatura.

In piena “remontada” c’è Podemos che dovrebbe conquistare più di 60 seggi. Il movimento di Pablo Iglesias guadagna terreno, dopo che negli ultimi mesi aveva perso consensi, complice una cattiva gestione delle circoscrizioni regionali, la mancata chiarezza su alcune tematiche chiave e l’appoggio incondizionato al governo di Alexis Tsipras in Grecia, anche quando ,quest’ultimo, piegava la testa alle richieste di Bruxelles. Il trend vede il movimento degli indignados in piena ascesa, prossimo a sorpassare anche Ciudadanos, il partito anti casta di centro-destra, capitanato dal catalano Albert Rivera, il più giovane tra i candidati premier in questa campagna elettorale. E forse è stata proprio la giovane età, insieme all’inesperienza, a far vacillare Ciudadanos e il suo leader, considerato sopravvalutato e eccessivamente polemico. Contrariamente a Rivera, Iglesias si è dimostrato più umile e in poco meno di un mese è riuscito a guadagnare almeno 5 punti percentuali, riportando il suo partito ai livelli dei mesi scorsi. Una “remontada” nata sui social, ma che è frutto di un’oculata strategia politica, moderna, che ha visto unite tecniche “classiche” come la discesa in campo del volto più in voga di Podemos, quello del sindaco di Barcellona Ada Colau, insieme a idee più innovative come la diffusione massiccia su Twitter e Facebook di idee e contenuti da parte dello stesso Igleasias. Proprio questa presenza massiccia sui social ha dato la percezione che il partito fosse in rimonta e convinto anche gli indecisi. Del resto l’apparato comunicativo è uno dei punti di forza di Podemos.

Non si può dire lo stesso del Partido Popular di Rajoy, che tante delle sue sfortune deve proprio ai numerosi errori comunicativi commessi dal premier e dai suoi, come la gaffe sull’attentato jihadista di Kabul contro l’ambasciata spagnola o lo scandalo Aristegui. Nonostante il PP sarà, con tutta probabilità, il vincitore delle legislative del 20 dicembre, queste elezioni lasceranno un segno indelebile nella politica spagnola. Il bipartitismo è destinato a andare in soffitta. Un segno dei tempi di cui non sembrano accorgersi né i popolari né i socialisti, come dimostra l’austero dibattito a due, di lunedì sera, tra Rajoy e Sanchez. Uno spettacolo autoreferenziale che ha dimostrato quanto sia larga la forbice tra paese legale e paese reale. Un immobilismo di cui approfitteranno le forze politiche che parlano il linguaggio dei lavoratori, dei pensionati e delle vittime della crisi che attanaglia la Spagna dal 2011. Il 20 dicembre assisteremo alla fine di un’era e all’inizio di una nuova fase esemplare anche per gli altri Paesi europei.