Il contenzioso che vede tra i chiamati in causa più tignosi Cina e Filippine è cominciato su iniziativa di Manila ormai tre anni fa, nel gennaio del 2013, quando al governo filippino hanno deciso di rivolgersi direttamente al tribunale delle Nazioni Unite. Appena appresa la notizia dall’altra parte dell’Oceano, gli Stati Uniti non hanno potuto far a meno di pensare che questa fosse un’ottima occasione per cercare di far pendere il verdetto a sfavore dei cinesi, troppo forti e vicini e visti sempre più come il futuro avversario numero uno. Le acque del Mar cinese del Sud hanno un’importanza strategica più che rilevante: da una parte le tantissime isole che fanno parte degli altrettanti arcipelaghi dell’area sono da tempo provviste di armamenti e basi militari, soprattutto dalla Cina che ne controllava il maggior numero ma anche da Filippine e Taiwan. Dall’altra parte, sulle acque del Mar cinese transitano annualmente, grazie al commercio marittimo, cinque trilioni di dollari, che non sono certo disprezzati dai paesi che si affacciano sul mare. Gli U.S.A. da tempo avevano riconosciuto l’importanza del contenzioso iniziato da Manila; una possibilità concreta per assestare un colpo sul fianco alla Cina. Da anni Pechino lamenta la presenza di ‘pattuglie’ di navi americane che troppo spesso transitano quelle acque, e dagli americani viene presentata come scusante quella che viene definita come ‘militarizzazione dell’Arcipelago’ da parte dei cinesi. Peccato che, come aveva sottolineato a febbraio di quest’anno Hua Chunying, la portavoce del ministro degli esteri, “non c’è alcuna differenza tra lo schieramento di armamenti militari da parte della Cina, che non hanno nessuno scopo se non quello della difesa del paese, e l’installazione di sistemi di difesa militari da parte degli Stati Uniti nelle Hawaii.” Una risposta di un realismo spiazzante a cui è difficile controbattere, soprattutto quando gli interlocutori sono politici occidentali abituati alla retorica più disprezzabile e ai sofismi più contorti e ingannevoli.

Ieri finalmente è arrivato il verdetto finale del Tribunale Internazionale, che di fatto conferisce alle Filippine completa sovranità sulle isole delle acque del Mar cinese del Sud. Secondo molti studiosi esperti che si occupano della stabilità dell’Oriente il giudizio finale giunto dall’organo legislativo delle Nazioni Unite non tiene in considerazione la pericolosità delle conseguenze del verdetto. In Cina già molti cittadini sono scesi in piazza infiammati dall’ardore del nazionalismo, quello più becero e pericoloso secondo Wang Jiangyu, professore di legge all’Università di Singapore. Oltre al rischio di accendere gli spiriti nazionalisti in un paese grande come la Cina, c’è il rischio che la decisione possa portare ad un’escalation militare, dando vita così ad un’altra situazione di instabilità in un mondo già martoriato dai conflitti. C’è da sperare, insistono gli esperti in tutto il mondo, che alle Nazioni Unite aprano uno spiraglio per permettere una negoziazione più dignitosa alla Cina, così da cercare di far uscire tutti i contendenti il più soddisfatti possibile. In caso contrario le conseguenze potrebbero rivelarsi nefaste per la serenità dell’Oriente e quindi, in un pianeta globalizzato come il nostro, di tutto il mondo; e come spesso nella storia moderna, una buona dose di responsabilità dovrà essere addossata sugli Stati Uniti.