L’Afghanistan è un paese in guerra. L’espressione “in guerra” è da usare nel senso ontologico del termine, per affermare che la componente costitutiva dell’anima del paese è stata, sfortunatamente, la guerra. Come scriveva la Fallaci, l’Afghanistan è stato un rincorrersi di barbe rasate e ricresciute, di burqa tolti e rimessi, di invasori e di conflitti civili. In questo incomprensibile vortice di soffocante violenza, che risulta più comprensibile alla luce di una fredda analisi geopolitica, rimane l’unica desolante certezza della sofferenza di un popolo, cronicamente piegato ora dalla sha’ria, ora dalla corruzione dei signori della guerra. La morte del Mullah Omar, confermata quest’oggi anche dai portavoce dei talebani, chiude un importante capitolo nella storia tormentata di questo paese. La “Primula Verde”, una taglia-premio da 25 milioni di dollari sulla testa, era riuscita a vincere i sovietici negli anni ’80, perdendo la vista ma non la volontà di combattere, volontà che gli aveva permesso di conquistare Kabul nel 1996 e instaurare l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. L’ospitalità concessa ad Osama Bin Laden, genuina e compiacente o negligente e disinteressata che fosse, portò il suo regime in rotta di collisione con gli Stati Uniti che nel 2001, aiutando l’Alleanza del Nord pashtu, lo costrinsero a scappare in motocicletta probabilmente verso i Territori Tribali.

Un personaggio misterioso il Mullah, dato per morto più di una volta ma sempre saldamente alla guida delle varie offensive di primavera dei talebani contro l’ISAF e le nuove forze armate afghane. Eppure questa volta la notizia è stata considerata attendibile dalla Casa Bianca, confermata dai servizi di Kabul e accertata dai talebani in queste ore. Ma anche la conferma della morte lascia più di un interrogativo. Secondo Kabul infatti, il Guercio sarebbe morto nel 2013 in un ospedale di Karachi per cause naturali, forse una tubercolosi. Perché quindi dare la notizia soltanto ora? Forse perché la presenza “in vita” del Mullah era il perno di equilibrio del braccio di ferro tra pace e guerra che si sta consumando nei negoziati tra governo Ghani e formazioni talebane. Proprio oggi era infatti prevista, in Pakistan, l’apertura di una trattativa diretta con richieste e dichirazioni di intenti, un passo avanti essenziale per la pacificazione dell’Afghanistan. Dal 2001, anno di inizio della guerra, questo è stato senza dubbio uno dei passaggi più importanti per una negoziazione seria con i talebani che, fino all’anno scorso, avevano sempre opposto muri di ferma cocciutagine ai tentativi di accordo proposti dalla CIA (per ovvi motivi) e dal governo Karzai (considerato corrotto). Non che Ghani sia visto molto meglio essendo egli stesso un prodotto di formazione culturale negli Stati Uniti, ma sono piaciute alcune sue iniziative come la firma dell’accordo per la conclusione di ISAF e la rincociliazione con le etnie pashtu nel nord del paese.

In questa congiuntura si sono sviluppati i negoziati, favoriti specialmente da Norvegia, Qatar e, sopratutto, Cina. Quest’ultima infatti è stata uno dei maggiori fautori del riavvicinamento tra Islamabad e Kabul per tutelare mire energetiche sul sottosuolo afghano e territori utilizzabili per il passaggio di oleodotti. L’autorevole presenza della Cina, del Qatar, il riavvicinamento tra i due governi e l’incontro non ostacolato di oggi, hanno rappresentato un momento importante aspettato da tutti. Ma la morte del mullah Omar, o meglio la diffusione della certezza della sua morte, rischia di mettere in crisi tutto questo. Sorge spontaneo il dubbio che tale comunicazione sia diventata uno strumento di destabilizzazione dei colloqui di pace.Il Mullah rappresentava infatti il collante delle formazioni talebane, sopratutto un punto di riferimento autorevole tra le vecchie e le nuove generazioni, quest’ultime molto meno compiacenti ad un accordo con il governo. La notizia della sua morte è un chiaro indizio della frammentazione che si andrà ad esacerbare ed acuire appunto tra talebani “radicali” e “pragmatici”. I primi, composti sopratutto dai comandanti delle truppe sul campo e dai giovani capi in ascesa, hanno moltiplicato il loro impegno militare in primavera riconquistando ampi settori della provincia di Kunduz e accusando i “pragmatici” di essere eccessivamente moderati e accondiscendenti con il nemico. Ulteriore nodo di criticità sono le numerose adesioni che formazioni minori stanno facendo nei confronti dell’ISIS e della sua opera in Siria e Iraq. L’attrattiva esercitata dall’orbita delle milizie dello Stato Islamico è molto forte e numerose infiltrazioni sono state condannate dagli stessi talebani per i metodi di uccisione e tortura messi in atto nei combattimenti. Fin dall’inizio la leadership talebana, quella incarnata dal “presunto vivo” Omar per intenderci, ha disconosciuto l’ISIS e affermato che la propria lotta ha ben poco a che vedere con la religione quanto piuttosto con la “liberazione” del proprio territorio. Sinceramente sentite o false che siano, queste dichiarazioni dimostravano la volontà di non creare ulteriori attriti con gli americani e favorire l’ala della trattativa per spingere Obama a ritirare definitivamente le truppe operative rimaste sul terreno, consapevoli ormai di non poter tornare all’egemonia pre-2001.

E’ probabile che il mullah Omar fosse già morto in questo frangente ma i vertici talebani decisero di “tenerlo in vita” proprio come strumeto di aggregazioni ideologica e politica per tenere in vita anche le trattative. La notizia della sua morte ha mandato in frantumi la credibilità della leadership talebana non tanto agli occhi di Ghani e della Casa Bianca, quanto piuttosto a quelli dei suoi stessi sostenitori e uomini. La complessità di interessi e di relazioni tra Islamabad, Kabul, Washington e Pechino è ancora una cortina fumogena troppo spessa per capire a chi gioverebbe una recrudescenza degli scontri e un fallimento delle trattative, ma è certo che l’ISI, i servizi segreti pachistani, uno Stato dentro lo Stato, hanno sempre fatto il doppio gioco rispetto a Kabul e al proprio governo. Ma anche i servizi afghani potrebbero avere le proprie ragioni per gioire della conferma della morte di Omar. Egli rappresentava, dopotutto, lo sclerotico passato da cui stanno cercando di staccarsi, e un uomo che, seppur favorevole alle trattative (sempre che fosse ancora vivo ai tempi dei primi contatti), era comunque il simbolo della guerra contro gli invasori, sovietici o americani che fossero. La conferma della sua scomparsa potrebbe portare le trattative su un nuovo piano di legittimazione, distaccato dalla vecchia leadership. Quello che è certo in questo momento, è che anche se la Primula Verde è morta già da due anni, la sua presenza, o assenza, dal 1975 è ancora un importante fattore per gli equilibri del paese. Probabilmente il mullah Omar non riuscirà mai a morire veramente essendo la sua persona fin troppo strumentale ai molteplici interessi che gravitano intorno all’Afghanistan.