Le relazioni diplomatiche tra Ankara e Mosca, dopo l’abbattimento del caccia russo lo scorso 24 novembre, sembravano irrimediabilmente compromesse, viste anche le manovre politiche attuate dal presidente turco per riabilitare i rapporti con Israele e Arabia Saudita per supplire ai problemi energetici occorsi in seguito al gelo con il Cremlino. È notizia di pochi giorni fa la proposta avanzata dal Ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, di voler avviare un tavolo di discussione per la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, viste la portata delle conseguenze economiche patite dalla Turchia e l’imbarazzo che quest’ultima ha dovuto affrontare in seguito alla pubblicazione da parte del Ministero della Difesa russo delle rilevazioni satellitari che mostravano i traffici di petrolio e armi tra Ankara e lo Stato Islamico attraverso il confine turco-siriano. Il Presidente russo Putin, per dichiarazioni dirette rilasciate durante la sua visita in Grecia ha ripreso dopo diverso tempo la questione del crimine di guerra perpetrata dal governo di Ankara, definendola letteralmente “una pugnalata alle spalle”. Indice di ciò, dunque, la linea dura mantenuta dal Cremlino sulla possibilità di concedere margini di manovra alla Turchia, almeno per il momento. Posizione ribadita dal portavoce del presidente, Dmitry Peskov, che conferma la poca probabilità di riuscire a risolvere gli attriti tra i due Paesi con un gruppo di lavoro congiunto.

Sebbene le dichiarazioni d’intenti dei membri del governo alludano ad un tentativo di auspicata riconciliazione con la controparte moscovita, le azioni e le dichiarazioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan muovono in direzione ostinata e contraria. Di ritorno da una visita ufficiale nella regione di Dyarbakir, nel Sud Est del Paese, il Sultano ha lanciato un nuovo attacco diretto all’azione di hard power russo: secondo le parole del presidente turco i russi starebbero armando pesantemente il braccio militante del PKK, il partito turco Kurdo dei lavoratori, che è stato messo fuori legge dal governo di Ankara, che lo definisce tra l’altro come “organizzazione terrorista separatista”. “Cannoni e testate missilistiche anti-caccia starebbero giungendo ai terroristi curdi attraverso l’Iraq e la Syria, consegnate direttamente dalla Russia” ha dichiarato apertamente Erdogan ad un quotidiano filo-governativo; parole che hanno trovato la conferma di due ufficiali dell’esecutivo turco, ma che ovviamente incontrano la frizione di Mosca, la quale sostiene che qualora ciò stesse realmente avvenendo, il governo turco è tenuto ad esibire delle prove concrete a sostegno di tali asserzioni, esattamente come successo a ruoli invertiti dopo l’attacco turco del 24 novembre 2015.

Nonostante la sostituzione del Primo Ministro Davutoglu, ritenuto una voce eccessivamente indipendente rispetto alla linea dettata dall’AKP, con un più congeniale Binali Yıldırım, il pensiero diffuso negli ambienti di potere della Turchia sembra tuttora mangiarsi le mani per l’attrito verificatosi con Mosca, che ha generato una serie di ricadute in campo economico ed energetico, con un embargo, la sospensione dei voli charter e un inasprimento dei controlli nei confronti delle aziende turche che operano su territorio turco. In danno economico di queste misure, cui si somma l’annullamento del progetto Turkish Stream, ammonta a miliardi di euro. Secondo vari esperti l’unica via percorribile per una riconciliazione tra le parti potrebbe ruotare attorno ad una riparazione politica e giuridica riguardo proprio l’abbattimento del Su-24 lungo il confine turco-siriano. Il punto di partenza sarebbero delle scuse ufficiali e un procedimento a carico degli esecutori di Oleg Peshkov, uno dei due piloti a bordo del velivolo. Ma, viste le posizioni intransigenti del Sultano, che al momento pare aver più interesse nel consolidare la sua posizione nella questione dell’ondata migratoria che ha convogliato verso l’Unione Europea, al momento non sembrano esserci spiragli di risoluzione delle controversie con Mosca.