Se escludiamo la presenza di Federica Mogherini, che ancora non si è ben capito se ha inteso il suo ruolo di Lady PESC come voleva il Presidente Renzi, ossia come alfiere dell’Italia nella politica estera europea, o se ha voluto dimostrarsi super-partes, l’Italia era assente dai colloqui del 5+1 di Vienna e dai negoziati di Minsk. Nucleare iraniano e guerra in Ucraina, due dei punti più critici delle relazioni internazionali in cui siamo rimasti spettatori. Allo stesso modo ci siamo accodati piuttosto supinamente, nonostante interessi contrastanti, ad imporre sanzioni alla Russia per il suo comportamento sul confine orientale ucraino. Ma, quasi in alternanza, l’Italia è stata anche protagonista. Ha dato un contributo essenziale allo smantellamento dell’arsenale chimico di Assad, è il terzo contributore di truppe NATO-ONU, le è stato confermato il comando dell’operazione UNIFIL in Libano, così come quella UN in Somalia, e l’altro ieri alla Farnesina ha ospitato un importante incontro, i cui veri risultati sono ora in attesa di disvelarsi, per la formazione di un governo libico di unità nazionale e quindi, si spera, la fine della guerra civile in Libia. Perché questa disforia nella politica estera italiana? L’Italia è una grande potenza, una media potenza, una potenza regionale o una attore del tutto minoritario? Recuperando quanto ci si chiedeva alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: siamo la più piccola tra le grandi potenze o la più grande tra le piccole?

E’ sintomatico che la difficoltà di rispondere a questa domanda sia strettamente legata ad un difetto congenito italiano che Guicciardini chiamava “il particulare”. L’italiano è affetto dal particulare. Siamo ancora Siena contro Firenze contro Pisa, l’Unità è stata imposta e calata dall’alto, il governo centrale è corrotto e lontano, il divario con il meridione non si conta neanche più, e dei grandi calcoli di politica estera agli italiani interessa ben poco. C’è un gap culturale enorme in Italia rispetto alla capacità di comprendere o, anche solo accettare, che la dimensione internazionale di uno Stato influenza anche la possibilità di prendere determinate decisioni interne. Gli italiani percepiscono la politica estera e quella interna completamente scollate tra di loro e quindi l’autorizzazione parlamente al rifinanziamento per le missioni all’estero, per esempio, non è uno strumento di stabilizzazione di aree crisi, opportunità economico-commerciali, leve politiche da far valere negli incontri ai vertici, ma uno spreco di soldi, tutt’al più la volontà del premier di turno di giocare a fare lo statista. Ovviamente subito dopo ci si lamenta perché l’Italia è assente dai grandi negoziati, perché a Bruxelles non ha voce in capitolo, perché l’India tiene in ostaggio da tre anni due nostri militari senza che il governo abbia potuto o voluto fare realmente qualcosa. La disforia italiana nelle relazioni internazionali non è altro che lo specchio delle nostre disforie interne.

A questo gap culturale bisogna aggiungerne uno di tipo storico. L’Italia è una Nazione giovane e uno Stato infante; abbiamo appena 154 di storia unitaria e 69 anni di storia democratico-repubblicana di cui buona parte passati all’ombra della Guerra Fredda e delle logiche bipolari. Siamo come un pre-adolescente che sta cercando di imparare a gestire strumenti di grande responsabilità individuale e collettiva come la democrazia, a fronte di una unità di popolo che è stata più imposta che proposta e ad una coesione socio-culturale che fa fatica a permeare i nostri filtri con cui guardiamo alla storia e al mondo. Colpevoli da un lato, innocenti per mancanza di esperienza dall’altro. Questo mosaico così articolato e complesso di responsabilità individuali-collettive, ma sopratutto storiche, dovrebbe permettere al decisore politico e a noi tutti di cominciare a riflettere sul senso della nostra politica estera e sul ruolo che vorremmo assumere nel mondo. Nel Regno Unito, in Francia, negli Stati Uniti e, in misura minore, anche in Germania, il dibattito pubblico su questi argomenti è pressoché quotidiano. Da noi del tutto marginale o piegato in modo rozzo alle necessità di propaganda elettorale. La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio sembra così insanabile. Non abbiamo mezzi e strumenti per essere una grande potenza, ma a quanto pare manca anche il coraggio per ridimensionarci ed essere la più grande tra le piccole. Quale ruolo dunque vogliamo assumere nel mondo? Gli iraniani rimproverano a noi occidentali di essere popoli che hanno perso il senso della Storia e di non usare più le esperienze che essa ci ha lasciato per guardare al futuro. Machiavelli avrebbe sottoscritto questa critica.

Basterebbe dare uno sguardo al nostro vissuto per rendersi conto che l’Italia ha uno spazio tuttto suo nel mondo, che poi in definitiva è quello che le ha permesso di portare questa settimana la questione libica a Roma. L’Italia può essere il mediatore, la chiave di accesso a quei paesi normalmente più chiusi, più complessi e lontani dalle logiche euroatlantiche, può diventare il paese egemone nel Mediterraneo, capace di influenzare il controllo di buona parte dello shipping mondiale lungo Suez, di essere interlocutore privilegiato della Russia (scongiurando così la paura americana di una rinnovata politica estera tedesca filo-russa e ribilanciando i rapporti di forza negoziale nell’Unione), dell’Iran sciita e di buona parte dei governi arabi. Una politica andreottiana-craxiana se vogliamo, ma più coraggiosa, ormai libera dai vincoli della Guerra Fredda. Se siamo stati capaci di deporre Bourghiba e mettere al potere Ben Alì in Tunisia senza spargimenti di sangue nel 1987 garantendo la stabilità di quel paese, se siamo riusciti ad addomesticare Gheddafi e rendere la Libia il nostro piccolo posto al sole, se siamo riusciti a disinnescare la guerra civile albanese con una brillante operazione militare di peacekeeping nel 1997, ad accordarci con i palestinesi, aprirci agli iraniani, diventare interlocutori importanti per Mosca, cosa può impedire il rovesciamento dell’assunto in base al quale l’Italia è la più piccola tra i grandi?

Il governo Renzi ha fatto dei timidi passi avanti in questo senso, sebbene probabilmente dettati anche da un pragmatico opportunismo. Il Consiglio Supremo di Difesa di quest’anno ha stabilito chiaramente le linee anticipate nel Libro Bianco della Difesa considerando l’area euromediterranea come il nostro quadrante strategico di riferimento e il premier, pochi giorni fa, ha dichiarato di ripensare all’automatico rinnovo delle sanzioni alla Russia agli inizi del 2016. Avere il senso della misura ci permette di capire che l’Italia difficilmente nel giro di qualche decennio potrà raggiungere o superare lo status di potenza che in Europa mantiene il Regno Unito o la Francia, ma certamente, se i problemi fin qui analizzati fossero lentamente smussati da una maturazione generale tanto del nostro sistema culturale quanto di quello politico, la distanza potrebbe diventare sempre più piccola.