Più che un incontro interlocutorio, quello di Roma ha tutto l’aspetto di un meeting preparatorio; la fantomatica coalizione ‘anti ISIS’, la stessa che da circa 18 mesi bombarda le dune del deserto compreso tra Siria ed Iraq, si è riunita nella capitale per discutere di Libia, ma ciò che emerge in realtà altro non è che la preparazione vera e propria di un attacco diretto al paese africano.
Dopo aver bombardato la Libia nel 2011, dopo aver contribuito alla sua frantumazione con l’uccisione di Gheddafi e dopo aver spazzato via ogni forma di autorità e governo, l’occidente adesso si prepara ad un nuovo attacco militare; gli USA e la Gran Bretagna in primis, sembrano scaldare i motori, la scelta di Roma quale sede dell’incontro con cui, di fatto, si dà il via al conto alla rovescia per l’azione militare, testimonia che l’Italia andrà ad avere un ruolo chiave nella futura ‘small coalition’ armata ufficialmente per togliere l’ISIS dalla Libia.

L’attacco non può partire se prima a Tripoli non vi sarà un governo; fallito il primo tentativo, con il secco ‘No’ del parlamento di Tobruk ad un esecutivo composto da 32 membri rappresentanti di altrettante fazioni libiche, adesso da Roma i ministri degli esteri della coalizione anti ISIS pressano proprio Tobruk affinché a breve si possa dare il disco verde ad una nuova formazione e quindi, conseguentemente, il via libera ai raid dopo cinque anni quasi da quelli della NATO che hanno portato alla caduta di Gheddafi. Il copione appare già scritto: in Libia si insedia un governo ‘riconosciuto’, il quale funge da ‘giustificazione’ al nuovo attacco occidentale, visto che dal momento che l’esecutivo effettua il giuramento in quel di Tripoli, la fantomatica coalizione ha ufficialmente un soggetto internazionalmente riconosciuto da ‘difendere’ e con il quale quindi si può andare a concordare il ritorno delle armi sull’altra sponda del Mediterraneo, in nome ovviamente della lotta all’ISIS.
L’occidente, vedendo l’approvazione della propria opinione pubblica all’intervento russo in Siria, cerca di ripetere la stessa situazione a livello giuridico; un paese chiede aiuto all’altro, il quale va ad assecondarlo rispettando in pieno le norme di diritto internazionale e senza dover effettuare alcuna prova di forza unilaterale. Ma in Libia di fatto la situazione è diversa dalla Siria e quella che esce da Roma, appare come una soluzione monca e con dei connotati tipici di una farsa; Damasco infatti, ha sempre avuto un governo pienamente rispettato dai cittadini, appoggiato da più dell’80% di essi e con le istituzioni pienamente funzionanti e quindi l’aiuto chiesto a Mosca appare ancora oggi come una naturale conseguenza dell’evolversi del conflitto siriano. In Libia la situazione è ben più complessa: lo Stato non esiste più dal 2011, le armi sono in mano a locali signori della guerra, l’esercito è quasi liquefatto, forze autonome (come quelle del generale Haftar) si presentano come fazioni che si muovono senza controllo centrale, mentre oltre l’ISIS altre fazioni islamiche imperversano in molte città importanti, Bengasi in primis.

La nascita di un governo può porre fine (forse) alla segmentazione politica, ma non serve a risolvere i problemi relativi alla disgregazione sociale, economica e territoriale del paese; quindi appare chiaro che un intervento armato esterno, ed a maggior ragione se per esterno si intende come svolto dagli stessi attori internazionali che hanno causato il fallimento della Libia, non è in grado di poter risolvere i problemi del paese africano e nemmeno di andare ad arrestare l’avanzata dell’ISIS tra Tripolitania e Cirenaica. Il quadro è più complesso e, se davvero si vogliono salvaguardare gli interessi relativi alla sicurezza dell’Europa e dell’occidente, andrebbe affrontato punto dopo punto con la partecipazione di più attori internazionali. Infatti, un intervento della coalizione anti ISIS che al momento si è impegnata tra Siria ed Iraq, non nasce certo sotto i migliori auspici; ammesso e non concesso che le intenzioni di questa coalizione comprendono per davvero lo smantellamento dello Stato Islamico, allora appare chiaro che anche provando a ragionare con la presunzione di buona fede questa coalizione è un vero fallimento. Pochi gli obiettivi centrati, scarsi i risultati specialmente in Siria, dove solo l’intervento russo è riuscito a ribaltare la situazione sul campo, i paesi che si sono incontrati a Roma non sembrano affidabili nella lotta a Daesh; buon senso quindi imporrebbe, in funzione anti ISIS, l’inclusione di altri attori quali in primis la stessa Russia.

Inoltre, bisogna anche precisare un elemento importante: l’ISIS libico nasce senza rapporti diretti con gli uomini di Al Baghdadi e quindi con la ‘filiale’ più famosa dello stato islamico operante tra Siria ed Iraq. Sulle coste libiche la bandiera nera del califfato è stata impugnata da alcuni gruppi facenti capo ad alcuni signori della guerra locali, i quali hanno fiutato l’opportunità di poter sfruttare il ‘cappello’ di Daesh per assumere popolarità tra molti miliziani nel nord Africa e poter quindi contare su un rango maggiore di combattenti; soltanto adesso lo Stato Islamico in Libia inizia ad essere addestrato da gente proveniente dalla Mesopotamia e quindi in questo momento bisognerebbe evitare gli spostamenti dei miliziani dalla Siria e dall’Iraq verso le coste libiche. In tal senso, prima di avventurarsi in fantomatiche azioni militari, bisognerebbe coinvolgere gli Stati confinanti con la Libia al fine di un maggiore controllo delle frontiere, a partire specialmente da quelle con l’Egitto ad est e con il Mali al sud; ma in questo quadro, non bisogna dimenticare ovviamente il ruolo della Turchia di Erdogan, fresca destinataria dei tre miliardi di Euro che l’Europa le ha donato per contrastare l’immigrazione. Il corridoio jihadista ha base lì, il governo di Ankara dovrebbe (ma qui sembra adesso di ragionare quasi per assurdo) essere interpellato per una maggiore responsabilità affinché si evitino ‘trasfusioni’ di miliziani dal vicino oriente al Magreb.
L’occidente si appresta quindi a sostenere un debole governo utile però a giustificare un intervento armato in un paese che ha già contribuito a devastare; una mossa questa, che non fermerà Daesh sia per la sopra dimostrata incapacità della coalizione formata dagli USA più di un anno fa e sia perché i problemi della Libia sono, al momento, di difficile soluzione e non risolvibili con la formazione di un maxi governo di presunta unità nazionale. Ma per l’appunto, l’occidente ha deciso da tempo ed a Roma si è avuta la consacrazione di questo progetto; l’obiettivo principale della futura formazione di paesi che interverranno in Libia, è quello di preservare la funzionalità delle raffinerie di Ras Lanuf e di altri siti posti nel deserto tra la Cirenaica e Sirte. Non è detto che ci si riesca e soprattutto, non è affatto detto (anzi pare proprio l’opposto) che la Libia dopo questo intervento sarà riappacificata.

A Roma quindi, la coalizione anti ISIS ha scaldato le poltrone senza volontà alcuna di risolvere a fondo la situazione; un manifesto o, nella migliore delle ipotesi, un tentativo maldestro e velleitario di mettere pezze agli errori recenti dell’occidente. Sembra quindi di rivedere quanto sta accadendo in queste ore a Ginevra: anche lì tra un incontro e l’altro, sta andando in scena lo spettacolo di una diplomazia occidentale confusa e non in grado di comprendere che i focolai appiccati nel 2011 sono diventati oramai incendi non più controllabili.