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La vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane ha lasciato di stucco buona parte dell’opinione pubblica mondiale. In pochi si aspettavano questo risultato, ma il “tradimento” delle elites ha mosso le coscienze di quella parte di America, in preda alle difficoltà economica e ancora incerta sul futuro. Il trionfo del tycoon apre una nuova era, non solo sul fronte interno, ma anche, e soprattutto, su quello internazionale. L’annunciato isolazionismo di Trump cambierà la politica statunitense nei confronti di alleati e competitor, portando numerose novità su gran parte degli scenari internazionali. Una delle principali incognite sarà l’approccio del neo presidente alla Cina. Pechino, per tutto il periodo elettorale, si è tenuta in disparte, non mostrando preferenze per alcun candidato. Per tutta la campagna, i principali quotidiani del paese si sono limitati a riportare le notizie provenienti dai dibattiti elettorali. Non sono mancati gli attacchi a un sistema, quello americano, giudicato dai cinesi una democrazia “sciocca”, dove gli insulti personali e i colpi bassi hanno sostituito la normale dialettica politica. Vista dalla Cina, la vittoria del magnate newyorkese chiude l’era della superpotenza americana e apre quella della collaborazione. Con Trump sarà veramente possibile un mondo multipolare, questo quanto si augurano i policymakers cinesi.La Cina è il maggior partner economico degli Stati Uniti, ma anche il suo principale rivale geopolitico. Se sul piano commerciale la politica protezionista di Donald Trump si preannuncia catastrofica per imprese e lavoratori cinesi, in politica estera il suo isolazionismo 2.0 può aprire scenari inediti.

Donald Trump sul bilancio degli scambi con il Dragone Rosso

Il disengagement dalle principali aree di crisi, incluso il mar cinese meridionale e la penisola coreana, sarà il marchio distintivo della presidenza Trump, una novità che gioverà ai rapporti tra gli Stati Uniti e le principali potenze regionali e globali, come la Cina. Uno dei primi atti di The Donald potrebbe essere lo smantellamento delle dispendiose alleanze con Giappone e Corea del Sud, paesi definiti dal presidente degli “scrocconi”. Una potenziale arma a doppio taglio per Pechino. Se da un lato una minor presenza statunitense nell’area potrebbe consentire ampi margini di manovra, dall’altra il rischio di una corsa agli armamenti di Giappone e Corea, orfani della protezione di Washington, potrebbe portare un’escalation militare. La Corea del Nord, senza lo zio Sam a sbarrargli la strada, accelererebbe il suo programma nucleare, conducendo nuovi test missilistici con armi a medio-lungo raggio. Un’eventualità piuttosto remota visto l’interesse cinese nel mantenere l’area stabile, senza rischi di potenziali guerre. Il disimpegno statunitense dalla penisola coreana, quindi la rinuncia al programma di difesa missilistico Thaad da parte di USA e Corea del Sud, può favorire non solo la cooperazione Cina-Stati Uniti, ma anche la normalizzazione dell’area e chi può dirlo, forse anche l’unificazione delle due Coree. Nel mar cinese meridionale, il ritiro americano metterebbe la parola fine al sistema di alleanze di lunga data tra Washington e paesi del sud est asiatico, mandando per sempre in soffitta il TPP, il trattato di libero scambio trans-pacifico promosso dall’amministrazione Obama. Tutto a vantaggio di Pechino che diventerebbe l’unica potenza nell’area, con un inedito ruolo di paese guida per tutta l’Asia meridionale. Scenari potenzialmente favorevoli per la Cina che potrebbero favorire la distensione. A beneficiare della nuova agenda asiatica di Trump sarebbe anche Russia, coinvolta in alcune dispute territoriali con il Giappone nel nord Pacifico. Se una presidenza Clinton sarebbe stata un vero disastro per i cinesi (fu l’ex first lady a promuovere, durante il suo mandato da Segretario di Stato, la politica del Pivot to Asia), l’incognita Trump conforta, ma allo stesso tempo spaventa. La Cina non ama le sorprese e l’imprevedibilità del tycoon potrebbe giocare qualche tiro mancino.