La morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano ucciso la scorsa settimana al Cairo, continua ad arricchirsi di nuovi elementi. Mentre inizialmente le responsabilità delle forze di sicurezza egiziane sembravano chiare, nelle ultime ore nuovi elementi sembrano indicare una pista diversa dall’ ”omicidio di Stato”. Il corpo dello studente italiano è stato ritrovato il 3 febbraio alla periferia del Cairo, in un fosso al lato di una strada trafficata che attraversa la periferia della metropoli africana. Secondo le ultime ricostruzioni, Regeni sarebbe stato ucciso il 25 gennaio in un appartamento del centro e poi lasciato a lato dell’autostrada che collega la capitale ad Alessandria. Ma andiamo per ordine. Il 25 gennaio, giorno della scomparsa, Regeni era atteso da alcuni amici per un compleanno, appuntamento al quale non è mai arrivato. Tra gli amici presenti alla cena c’era anche Gennaro Gervasio professore universitario e amico di Regeni che, non vedendolo arrivare e dopo ripetute telefonate, intorno alle 23 della stessa sera ha avvisato l’ambasciata italiana. Gervasio avrebbe parlato per l’ultima volta con il giovane friulano intorno alle 19,40. Regeni avrebbe infatti informato l’amico che sarebbe uscito per le 20, salito in metropolitana e sceso alla fermata Mahamed Naguib da dove avrebbe proseguito a piedi fino al ristorante. La fermata indicata da Regeni si trova nei pressi di piazza Tahrir, luogo simbolo della rivoluzione, che in quei giorni era presidiato dalle autorità egiziane, preoccupate di possibili questioni di sicurezza legate all’imminente anniversario. Immediatamente dopo l’allarme dato da Gervasio, l’ambasciata si è attivata per le ricerche, sensibilizzando, tramite l’ambasciatore Maurizio Massari, il ministro per la produzione militare.

La polizia del Cairo, attivatasi per le ricerche fin dalle prime ore della scomparsa, ha smentito qualsiasi notizia di arresto di uno straniero e ha collaborato con il coinquilino di Regeni Mohamed El Sayed e con la sua collega Nura Medhat. Dopo giorni di ricerche e telefonate istituzionali, la sera del 3 febbraio a lato dell’autostrada che dal Cairo corre fino ad Alessandria, è stato ritrovato il cadavere del giovane italiano. La notte tra il 3 e il 4 febbraio, l’ambasciatore Massari si è recato all’obitorio per prendere visione del corpo ritrovato in un fosso, nella zona di Giza. Secondo quanto dichiarato dal sottosegretario agli Esteri, Benedetto della Vedova, davanti alla III commissione della Camera: “La conferma ufficiale egiziana è giunta il pomeriggio di giovedì 4 febbraio, anche a seguito delle pressioni dell’ambasciata. Il corpo trovato presenta, secondo quanto è poi emerso dalle risultanze preliminari dell’esame autoptico condotto al Cairo dal medico legale egiziano, ecchimosi, segni di bruciature e di tagli alle spalle e al torace. Si tratterebbe pertanto di una morte violenta ad opera di ignoti, che è stata preceduta da sevizie e le cui circostanze sono adesso oggetto di indagine”. Delle indagini è stato incaricato il PM Sergio Colaiocco. All’attenzione del magistrato c’è l’informativa che gli uomini del Ros e dello Sco hanno inviato dal Cairo dopo le prime indagini. Secondo gli investigatori italiani, nelle riunioni sindacali frequentate da Regeni non è esclusa la presenza di personale delle forze di sicurezza. A disposizione della giustizia italiana c’è il computer di Regeni recuperato dalla famiglia al Cairo, mentre il cellulare non è mai stato ritrovato, anche se, secondo quanto affermato dalla polizia cairota, il segnale mobile è stato registrato per l’ultima volta nella zona dove abitava, El Dokki. Nella giornata di domenica sono poi emersi nuovi dettagli sulle sevizie messe in atto nei confronti di Giulio: sette costole rotte, segni di scosse elettriche sui genitali, lesioni traumatiche e tagli inferti con lame affilate su tutto il corpo, lividi e abrasioni e anche un’emorragia cerebrale, almeno secondo i riscontri dell’autopsia, secondo quanto riferito dall’Ansa. Una precedente perizia aveva parlato anche di morte sopraggiunta per un “violento colpo al collo.

Il movente dell’omicidio

Mentre le indagini proseguono, si fa sempre più probabile l’ipotesi che Giulio sia stato prelevato da uomini della sicurezza statale perché scambiato per una spia e utili elementi potrebbero essere trovati sia nei contatti telefonici di Giulio che nei filmati delle telecamere presenti nella zona, che potrebbero aver registrato l’accaduto.Vi è poi quella famosa riunione segreta, infiltrata dai servizi egiziani, al quale avrebbe preso parte anche Fathy Tamer, uno dei leader di Ctuws, movimento vicino al Partito Libertà e Giustizia, organo politico della Fratellanza Musulmana che portò all’elezione nell’estate del 2012 di Mohamed Morsi. Pare inoltre che Giulio avesse stretto rapporti con il sindacato Ctuws, estromesso dal governo egiziano da qualsiasi tavolo di concertazione dopo l’arresto di uno dei suoi leader, Kamal Abbas. Insomma, conoscenza dell’arabo, presenza a riunioni sindacali, numero di attivisti anti-governativi e di Fratelli Musulmani nel telefonino? Già questo sarebbe sufficiente ai servizi interni del Cairo per ritenere Giulio una potenziale spia. Nell’Egitto odierno, sistematicamente colpito dal terrorismo islamista, vige la paranoia più totale nel timore che stranieri si trovino nel paese per tramare contro il governo. Gli islamisti legati ai Fratelli Musulmani si sono in più occasioni vantati che Milano è la “capitale europea della resistenza contro al-Sisi”, una dichiarazione che non ha certo aiutato i nostri cittadini in loco, nonostante i buoni rapporti tra Roma e il Cairo.

Del resto gli islamisti legati ai Fratelli Musulmani non perdono occasione per strumentalizzare qualsiasi evento ed ecco che sono apparsi volantini dove se inizialmente si faceva riferimento a una commemorazione per Giulio, più avanti si passava ad attacchi più che evidenti contro l’Egitto, presentandolo come paese non sicuro e accusando il “regime” dell’omicidio. Ci sarebbe da chiedersi dove erano questi signori che tanto acclamano il ritorno di Morsi, quando erano gli scagnozzi del loro presidente a torturare e uccidere e basta ricordare quel rapporto del Nadim Center for the Rehabilitation of Torture Victims che denunciò 247 casi di detenzione e tortura nei soli primi 100 giorni di governo Morsi. Ci sono poi i rapporti di quella stessa Amnesty da loro citata: “Amnesty International ha denunciato, sulla base di prove e di testimonianze dei sopravvissuti, che i sostenitori del deposto presidente Mohamed Morsi hanno torturato persone del campo politico opposto. Manifestanti anti-Morsi hanno riferito di essere stati catturati, picchiati, sottoposti a scariche elettriche e accoltellati da persone fedeli all’ex presidente. Da quando, il 28 giugno, sono iniziate le manifestazioni di massa pro e anti-Morsi, l’obitorio del Cairo ha ricevuto almeno otto corpi con segni di tortura. Almeno cinque dei corpi erano stati trovati nei pressi dei sit-in dei sostenitori di Morsi”. (CS-96, 03/08/2013)

Questi manifestanti sarebbero inoltre disposti a organizzare proteste in piazza contro Tayyip Erdogan per la repressione messa in atto contro gli accademici? Chissà…. Al di là delle relative strumentalizzazioni che lasciano il tempo che trovano, non bisogna però dimenticare che qualcuno Giulio lo ha massacrato ed ha abbandonato il suo corpo in una strada di periferia. Non lo ha fatto sparire, lo ha fatto ritrovare, con tutti i macabri segni delle torture subite. Fatto insolito per un servizio di sicurezza noto per far sparire nel nulla le proprie vittime. E’ possibile che vi sia una faida interna ai servizi di sicurezza? Una lobby interna che punti a mettere in difficoltà il governo? A chi farebbe comodo la destabilizzazione dell’Egitto? In primis agli islamisti, sia quelli legati ai Fratelli Musulmani che all’Isis. In secondo luogo siamo sempre più vicini a un intervento armato in Libia, non dimentichiamolo.