Mentre l’Europa punta il mirino sulle elezioni nel piccolo land del Meclembrugo – Pomerania, come se fossero decisive per le sorti d’Europa, probabilmente non si sono accorti che a qualche migliaio di chilometri verso Sud-Ovest, subito dopo i Pirenei, c’è uno Stato, anche abbastanza importante, che non ha un governo effettivo da nove mesi. Ebbene sì, la Spagna è senza governo da ormai quasi un anno, da quando alle elezioni di dicembre e poi le successive in primavera, nessun partito è riuscito a raggiungere una maggioranza assoluta. La Spagna, anzi, sta vivendo forse la più grave crisi istituzionale degli ultimi decenni dopo la transizione successiva al periodo franchista. Ben nove mesi senza decidere nulla, senza poter svolgere attività straordinarie che un governo ha il diritto (se non il dovere) di compiere, niente. Un solo decreto governativo nel 2016, già questo numero ingrato basterebbe a rendere chiaro quale sia la reale situazione dello Stato.

Come tutti i Paesi che si trovano a dover fronteggiare la fine del bipartitismo, anche la Spagna si è trovata di fronte al “dramma” dello scendere a patti con l’avversario. E guardate che non è da tutti. Noi in Italia siamo abituati, abbiamo inventato addirittura il Pentapartito, che a confronto la Große Koalition della Merkel è una robetta. Ma per uno Stato che è fondato da sempre su due partiti che si contrappongono e si spartiscono il potere ed i poteri, Partido Popular e Partido Socialista, la presenza di altri partiti che tolgono voti e impongono patti è qualcosa di tutt’altro che irrisorio, anzi, è uno psicodramma. Anche per loro è finita l’epoca del bipartitismo facile, che, con tutti i suoi limiti, è l’unico mezzo con cui la democrazia può funzionare perfettamente: una sorta di dittatura alternata dove a governare è solo uno, poi l’altro, e sempre gli stessi a spartirsi la torta. Ora che non è più così, ora che sono entrati in scena Ciudadanos, partito di centrodestra, e Podemos, il partito cosiddetto antisistema che cerca disperatamente di imporsi come forza di sinistra del Paese, la politica spagnola si ritrova a dover transitare verso la deriva di coalizione, a meno che non si voglia tornare alle urne per la terza volta in un anno, probabilmente sotto Natale, con un’astensione che toccherà livelli altissimi. E tra rigurgiti nazionalisti, affluenza scarsa, scandali di corruzione e una sinistra allo sbaraglio, saranno elezioni molto particolari, che lasceranno col fiato sospeso non solo Madrid, ma buona parte delle cancellerie europee.

Sotto questo punto di vista, gli spagnoli si trovano di fronte a un rebus difficile. Il Partido Popular di Mariano Rajoy è il partito di maggioranza relativa, senza alcun dubbio. Ma non ha i numeri per governare. Ha proposto un patto di governo al Partido Socialista, ma questo ha detto no, guidato dall’intransigente (e ambizioso) Pedro Sanchez. Ciudadanos chiede una grande coalizione, e ha da subito appoggiato il governo di Rajoy. Dall’altra parte, Podemos rifiuta totalmente l’idea di un governo Rajoy ma spera di allearsi alla fine della fiera con il partito socialista, nonostante rappresenti una storica forza di governo per tutta la Spagna, come il PP. In tutto questo, a fare la voce grossa sono anche i partiti nazionalisti delle singole comunità autonome, specialmente baschi e catalani, piccoli, ma utili per giungere alla maggioranza assoluta. E proprio i partiti indipendentisti potrebbero essere l’ago della bilancia. Il 25 settembre si vota in Galizia e Paesi Baschi e un partito, il PNV, partito nazionalista basco di centrodestra, potrebbe governare nella terra di Euskadi con l’accordo del Partido Popular (è già successo). In questo caso, il Partido Pouplar potrebbe chiedere ai loro rappresentanti in Parlamento di fare altrettanto, unendosi a Ciudadanos in una colazione di centro-destra che sarà comunque un unicum per la storia democratica spagnola. Il Partido Socialista sta a guardare: un suo crollo nelle elezioni delle comunità autonome potrebbe far crollare la linea intransigente di Sanchez e puntare su un accordo di governo con Rajoy. Bisogna ammetterlo: dopo questa breve e intensa sintesi della tragicommedia spagnola, forse anche i più grandi fautori della democrazia rappresentativa avranno qualche perplessità. Il popolo aspetta, i partiti anche. Ma Bisognerà capire quanto l’Europa sarà disposta ad aspettare senza intervenire con i suoi simpatici governi tecnici.