Dopo la riconquista di Palmira, l’esercito siriano continua la sua avanzata nei territori controllati dall’ISIS. L’ultima a cadere è stata la città cristiana di Quaryatayn. Un’operazione fondamentale che mette al sicuro la provincia di Homs e la zona nord-orientale del Rif di Damasco. “Tra un anno la Siria sarà liberata”, afferma con sicurezza il generale Suleiman a La Stampa. Dopo Palmira la strada verso la provincia di Raqqa è spianata, anche se le milizie jihadiste non cederanno un centimetro del deserto che controllano. L’offensiva delle truppe di Damasco continua anche nel nord del paese, soprattutto nella provincia di Aleppo, in gran parte sotto controllo governativo, ma con zone ancora nelle mani delle milizie di Jabhat al-Nusra. L’esercito ha rimesso le mani su al-Eis, importante cittadina nella zona sud di Aleppo, dopo averla persa solo poche ore prima. L’offensiva delle ultime settimane, iniziata con la storica presa di Palmira, è la più importante da mesi e forse segna un passo decisivo per la risoluzione del conflitto. Truppe regolari ,affiancate da Hezbollah, pasdaran iraniani e centinaia di altre milizie, stanno riuscendo in quello che alla coalizione occidentale non è riuscito: stanare Daesh. Decisivo si è rivelato l’intervento aereo russo, fondamentale in tutte le offensive degli ultimi mesi. Senza l’aiuto dall’alto, Palmira non sarebbe mai stata liberata e senza l’aiuto degli artificieri russi probabilmente dell’antica città romana, divenuta tristemente simbolo della barbarie del Califfo al Baghdadi, non resterebbero altro che polvere e macerie.

Fino a poco più di un anno fa Bashar al Assad sembrava spacciato, pronto per un esilio forzato in Russia o Iran, e la Siria destinata alla partizione, secondo una logica settaria che non avrebbe fatto altro che favorire altre guerre e fondamentalismi. L’intervento russo dello scorso settembre ha ribaltato la situazione. Le truppe governative hanno riconquistato terreno, liberando l’intera provincia di Latakia dalle milizie di al-Nusra, chiudendo le linee di rifornimento dei terroristi con la Turchia nel nord della provincia di Aleppo, cacciando lo Stato Islamico da Palmira e dalla provincia di Homs e riportando sotto controllo governativo gran parte della provincia di Dara’a, città del sud da dove nel 2011 è iniziata questa guerra. L’occidente è rimasto invece immobile. Nemmeno la scia di sangue e terrore che dalla Siria ha raggiunto Parigi e Brussels ha scosso le coscienze delle leadership in Europa. Quei morti pesano come un macigno sui governi europei, incapaci di darsi una politica estera autonoma, appiattiti quali sono sulle agende di Turchia, Stati Uniti e Paesi del Golfo. La consapevole mancanza di lungimiranza ha permesso al presidente turco Erdogan di trasformare il suo paese in un’immensa autostrada della morte, crocevia di jihadisti e criminali che dall’Europa vanno in Siria per uccidere e che poi, una volta compiuto il loro compito di assassini, tornano indietro per ucciderci nelle metropolitane e negli aeroporti. «L’Europa che ha fatto? Ha appoggiato i ribelli, ‘i terroristi moderati’ finanziati e armati da Turchia e Arabia Saudita, e ora si ritrova il terrore in casa. Noi difendiamo Damasco, la Siria laica e unita, ma difendiamo anche l’Europa», ha dichiarato il generale Suleiman all’inviato de La Stampa Giordano Stabile. Difficile dargli torto. La battaglia per salvare la Siria è anche quella per salvare l’Europa, non solo dalla minaccia terroristica, ma anche dalla miopia e dalle menzogne. Il prossimo obiettivo dell’offensiva in corso è la capitale del Califfato, Raqqa. Ma prima di marciare su Raqqa i soldati siriani hanno l’obbligo di liberare Deir Ezzor, città sotto assedio, dove da tre anni resiste un contingente dell’esercito e dove nel mese di febbraio i jihadisti dello Stato Islamico hanno massacrato più di 300 persone in quello che è il crimine più efferato compiuto dagli uomini in nero di al-Baghdadi.