Dopo le tensioni emerse ormai più di una settimana fa riguardo alla mozione approvata dal Congresso americano sulle restrizioni dei visti per entrare negli States per coloro che hanno viaggiato in Iran, l’amministrazione Obama sta cercando di agire diplomaticamente in qualsiasi modo possibile per raffreddare gli animi degli iraniani che subito si erano accesi appena appresa la notizia. Già, perché da luglio, quando è stato firmato l’acclamatissimo Nuclear Deal tra USA e Iran, non è che sia passato molto tempo, eppure ecco già un primo accenno di crisi per quello che fin dalla sua nascita è stato definito il gioiellino di Obama. La questione ha sollevato forti polemiche. I funzionari iraniani hanno lamentato coralmente come il cambio di rotta degli U.S.A. riguardo i visti abbia le potenzialità per mandare in rovina l’accordo sul nucleare. Gli impatti economico-diplomatici che potrebbero scaturire dalla restrizione per i viaggiatori transitati in Iran sono evidenti e da tenere in considerazione, soprattutto dalla controparte persiana. Il segretario di stato John Kerry ha prontamente provato a rasserenare gli animi ed è intervenuto argomentando che “le restrizioni sui visti decise dal Congresso non influenzeranno in alcun modo gli introiti economici del paese, né tantomeno violeranno i punti contenuti nell’accordo sul nucleare di quest’estate.” Il braccio destro di Obama ha in seguito aggiunto che il Dipartimento di Stato potrà valutare casi specifici di individui che sarebbero esclusi dalle restrizioni sul visto se compatibili con i requisiti richiesti, sia per quanto riguarda il permesso per lo stesso che il tempo da quest’ultimo concesso.

Come da consuetudine i due attori in gioco hanno punti di vista divergenti. Sulle restrizioni decise dal Congresso da una parte troviamo gli Stati Uniti che attraverso Kerry rassicurano che non ci sarà “nessun tipo di danno economico per l’Iran”, dall’altra invece abbiamo un Iran che comincia a mettere in discussione gli accordi di quest’estate; proprio venerdì scorso da New York ha levato la sua voce il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, affermando che le nuove regolamentazioni per i visti potrebbero mostrarsi de facto come nuove sanzioni sotto mentite spoglie, e che questo conseguentemente potrebbe portare Teheran a fare un passo indietro rispetto al nuclear deal. La decisione presa dal Congresso non si spiega se si ha in mente solo la tragedia di Parigi, perché come ha affermato il ministro degli esteri Zarif “coloro che hanno commesso gli attentati non sono né iraniani né individui transitati in Iran per qualsivoglia motivo”. La vera causa che ha messo in moto questo processo è con ogni probabilità da identificare in una violazione (che sia reale o una messinscena a stelle e striscie) da parte del governo iraniano degli accordi presi a luglio. Meno di due settimane fa infatti le Nazioni Unite avevano lanciato l’allarme, portando le prove che almeno una delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza era stata violata da Teheran, accusata di aver testato missili con testate nucleari. Legislatori del governo americano hanno avvertito di conseguenza la Casa Bianca, consigliando di punire l’Iran per i test missilistici. Il segnale che si è quindi voluto dare è chiaro: bloccare sul nascere la prima violazione del nuclear deal per evitare una escalation che potrebbe rivelarsi pericolosa.

Il presidente Obama intende portare a casa il risultato – cercando nel frattempo di mantenere la promessa fatta ad inizio mandato di lasciare solamente 1000 soldati in Afghanistan alla fine del suo mandato – e farà di tutto per non far saltare l’accordo. Se tutto andrà nel migliore dei modi, ad Obama rimarrà un bel vanto in cui potersi crogiolare durante la pensione. Il tempo per godersi un successo che passerebbe alla storia non è ancora arrivato però, ed Obama e tutto il mondo dovranno aspettare almeno una decina d’anni prima di trarre conclusione alcuna. Il successo avuto dal presidente degli Stati Uniti nella trattazione iraniana per ora trova le sue radici solo nella fiducia. E’ giusto ricordare che questo non è il primo caso di tensioni tra Iran e USA per quanto concerne i visti. Nel maggio del 2014 infatti vi è stato un caso di estrema divergenza ed allontanamento tra i due governi. Proprio all’inizio di quel mese il portavoce della Casa Bianca Jay Carney aveva annunciato che non sarebbe stato concesso il visto all’ambasciatore iraniano all’ONU Hamid Aboutalebi. Motivo, un presunto coinvolgimento nella crisi degli ostaggi del 1979 all’ambasciata americana di Teheran. Per tutti gli attori in gioco, e non solo, sarebbe propizio un riavvicinamento, riavvicinamento che Obama e la sua amministrazione cercheranno di ottenere a tutti i costi per salvare la faccia, propria, e dei democratici più in generale, in vista delle elezioni.