Nonostante sia il terzo fornitore di truppe NATO e uno dei principali attori nelle missioni internazionali ONU/UE, l’Italia soffre di un gap culturale notevole nei confronti della difesa e delle forze armate. Sono pochi i politici che ne capiscono qualcosa e l’opinione pubblica nutre scarso interesse per argomenti che, in altri paesi, coinvolgono ampiamente il dibattito quotidiano poiché ritenuti un interesse centrale per lo Stato. Se non si tratta di budget per armamenti o di finanziamenti per le missioni all’estero, che diventano solitamente concime per sterili e invecchiate polemiche partitiche, l’argomento Forze Armate e Difesa è per lo più relegato in secondo piano. Eppure lo strumento militare è ancora oggi un asse portante per lo Stato. Senza voler scendere in un ampio discorso circa l’implicità utilità di capacità difensive, le Forze Armate esprimono la cifra strategica della politica internazionale del Paese. Ancora oggi la coordinata militare è un elemento chiave per definire uno Stato una “potenza”, e per far si che esso imponga la propria volontà ed egemonia su aree ritenute essenziali per gli interessi nazionali. Basta citare in questo senso l’ampia riforma dell’apparato bellico russo, l’aumento esponenziale delle spese militari di nazioni in via di sviluppo come Cina, India, Brasile, Corea del Sud, Iran, e la rinnovata volontà giapponese di ampliare le potenzialità delle Jieitai (Forze di Autodifesa), imbrigliate da una Costituzione redatta all’indomani del secondo conflitto mondiale con il supporto del generale McArthur.

Il governo Renzi, recuperando quanto già avviato con la riforma dell’ammiraglio Di Paola durante l’amministrazione Monti, ha posto tra gli obiettivi della legislatura la presentazione di un Libro Bianco per la Difesa, un documento che potremmo assimilare ai Documenti di Dottrina Militare che di volta in volta la Casa Bianca e il Cremlino (la cui ultima edizione risale al dicembre scorso) pubblicano per portare a conoscenza l’opinione pubblica dell’indirizzo strategico-operativo delle Forze Armate. Si tratta di un importante relazione che l’Italia stava aspettando da tanto e che definisce l’evoluzione dello strumento militare e le ricadute in politica estera dei prossimi quindici anni. Presentato quest’oggi al Capo dello Stato presso il Consiglio Supremo di Difesa, il Libro Bianco sta però lasciando alcuni dubbi in merito ai suoi contenuti. Il nucleo centrale della proposta è ovviamente la razionalizzazione dello strumento che porti a diminuire la quantità ma ad aumentare la qualità e l’efficienza operativa. Non mi servono 200.000 uomini ma solo 60.000 operativi; meglio avere 150.000 uomini e 90.000 operativi (numeri di operatività che non saranno mai raggiunti). L’articolazione della spesa militare dovrà inoltre essere ripartita alla ricerca dell’optimum tra Personale (50%), Esercizio (25%), Investimento (25%). All’interno di questi parametri rientrano tutte quelle azioni di dismissione di immobili, tagli sulle funzioni sovrapponibili, prepensionamenti ecc. tipiche dei processi di razionalizzazione.

La parte più interessante riguarda ovviamente le prospettive strategiche. Il documento pone in risalto l’interesse italiano per l’area euro-mediterranea che “costituisce un obiettivo primario per il nostro Paese”. La progressiva riduzione dello sforzo italiano in operazioni internazionali come l’Afghanistan consentirà di individuare un nuovo bilanciamento nel dislocamento delle forze a favore di un quadrante per noi certamente più importante. In questa ottica di spostamento della bilancia di interesse dall’area euro-atlantica (che comunque rimane il punto di riferimento) a quella mediterranea, si salda il processo di rinnovamento della flotta della Marina che tramite Fincantieri, con un progetto italo-francese, è pronta a far entrare in servizio 11 nuove FREMM, fregate missilistiche multiruolo.

Il documento evidenzia inoltre come “lo stato delle cose sia ancora lontano dalla condizione desiderata e come sia necessario per il Paese assumere maggiori responsabilità e un ruolo di partecipante attivo allo sforzo della comunità internazionale per risolvere tali situazioni di crisi”, inoltre aggiunge che “Qualora specifiche circostanze lo richiedano”, la Difesa deve essere pronta “ad assumersi dirette responsabilità in risposta a situazioni di crisi ed essere preparata ad interventi di pacificazione e stabilizzazione deliberati dalla comunità internazionale. In taluni casi, l’Italia potrà anche assumere l’onere di guidare, in qualità di Nazione leader, tali operazioni, in particolare in quelle aree ove la conoscenza diretta delle situazioni è maggiore per vicinanza storica, sociale o culturale”. Quest’ultimo passaggio sottolinea l’adeguamento italiano ad una consuetudine internazionale consolidata da tempo, che prevede che gli Stati ex coloniali abbiano una “corsia preferenziale” con le ex colonie nei rapporti economico-commerciali ma anche nella contingenza di un intervento di stabilizzazione. Basti citare l’esempio della Francia in Mali, in Algeria, dell’Inghilterra in Belize, in Botswana o dell’Italia stessa in Somalia negli anni ’90. Razionalizzazione delle risorse, adeguamento della spesa, creazione di un nuovo modello operativo, rafforzamento delle prerogative del Ministro e un indirizzo strategico che predilige la capacità di proiezione italiana nel Mediterraneo e nei paesi che su di esso si affacciano.

Il punto di partenza sembra sufficientemente chiaro e tutto sommato apprezzabile. L’Italia ha la possibilità di essere la nazione leader nel controllo del Mediterraneo, del Nord Africa e di aree del Medio Oriente dato il suo posizionamento geografico e il suo passato coloniale. Ma alcuni punti deboli, o comunque ancora da chiarire, restano. La parte finale del documento è dedicata alla politica industriale che, in base alle premesse di cui sopra, dovrà far parte di un unico complesso sistema-Paese per lo sviluppo degli armamenti e il ritorno economico-lavorativo per l’Italia. Ma non è dato sapere, almeno fino alle successive relazioni tecniche, chi e come deciderà lo sviluppo degli armamenti, quali settori verranno ammodernati e cosi via. Insomma, controllo dell’industria sul settore difesa o della difesa sul settore industria? Sempre a successive relazioni tecniche (si parla di un semestre) è lasciata la complessa definizione del rinnovamento logistico-operativo delle Forze Armate, senza anticipare dettagli specifici. Un ulteriore punto da chiarire è la totale assenza di indirizzi strategici circa l’Europa orientale e l’Iraq dove l’Italia è comunque impegnata sia a livello politico che militare e di intelligence (l’anno scorso la nave spia Elettra è stata inviata nel Mar Nero per monitorare lo sviluppo della crisi in Crimea). A fronte di questi legittimi dubbi, rimane però lodevole lo sforzo verso una politica estera che collida con i nostri interessi strategici (il Mediterraneo) e che tenti di instradare l’Italia verso un percorso che la possa rendere, e ingenuamente lo speriamo, leader del suo quadrante geopolitico.