L’Ucraina è sempre più un esperimento orwelliano dove la politica di un esecutivo senza scrupoli governa con la totale complicità dei Media locali e occidentali. Non si contano più le violazioni al cessate il fuoco e agli accordi di Minsk; prosegue senza sosta l’ampliamento della Guardia Nazionale in previsione di una ripresa delle operazioni “antiterrorismo” e l’ostilità nei confronti della Chiesa Ortodossa, troppo legata al patriarcato di Mosca. Ora però – dopo aver già inserito nei ministeri chiave e nelle società statali personaggi stranieri suggeriti da Washington – l’ultimo colpo da maestro: la nomina dell’ex presidente georgiano Saakashvili a governatore di Odessa, sembra proprio una sfida lanciata contro la popolazione russofila. Le sue prime schioccanti parole, appena entrato in carica, riguardo la strage alla Casa del Sindacato del 2 maggio 2014 – dove almeno 50 persone furono bruciate vive dagli ultranazionalisti ucraini – non lasciano dubbi su i suoi piani per il futuro. Quello fu “un atto necessario, un momento della resistenza del popolo ucraino all’aggressione russa”. L’ex presidente, ricercato in patria per abuso d’ufficio e malversazione, famoso per essere stato ripreso mentre si masticava la cravatta in seguito alla fulminea sconfitta dopo l’invasione dell’Ossezia del Sud, è garanzia di un nuovo inasprimento delle relazioni con i russi.

Il suo insediamento a proconsole di Odessa è in perfetta sintonia con la strategia di Kiev di aprire un nuovo fronte a sud, con la repubblica indipendente di Transnistria. Questo residuo dell’Unione Sovietica, stretto tra la Moldovia e l’Ucraina con una popolazione ripartita tra russi, moldavi e ucraini mantiene un contingente di militari di Mosca a salvaguardia della tregua del 1991, inizia a essere letteralmente cinta d’assedio dagli alleati di Washington. Non soltanto il parlamento ucraino ha stracciato unilateralmente gli accordi internazionali che regolavano il transito della forza di pace russa autorizzata dall’ONU e inasprito i controlli alla frontiera, ma la guardia nazionale ucraina ha iniziato ha scavare trincee lungo tutto il confine tra i due Paesi. Considerando che dall’altro lato la Moldavia non ha mai rinunciato a reclamare quei territori come propri, inizia a tirare una brutta aria nella capitale Tiraspol. Il blocco della repubblica indipendente – dove nel 2006 passò un referendum per il ricongiungimento con la Russia – ormai è prossimo e, per una regione industrializzata senza sbocco sul mare, stritolarne l’economia è un gioco da ragazzi.

Si delinea quindi un nuovo fronte caldo nella sfida occidentale contro Mosca che, se da un lato non può perdere la faccia e abbandonare i propri connazionali –quasi 160 mila -, dall’altro si ritrova nella difficile posizione di organizzare un ponte aereo che sorvoli per una ottantina di chilometri lo spazio aereo ucraino senza alcuna autorizzazione. Insomma un prefetto cul-de-sac per paventare una nuova e mediatica invasione russa (questa volta dal cielo) e fornire il pretesto per qualche grave e irreparabile incidente militare che coinvolga direttamente l’Armata Rossa. Pare proprio che la strategia americana, riassumibile nelle parole della Nuland “Fuck the UE”, continui imperterrita e la destabilizzazione dell’Europa orientale sia l’unico scopo della politica estera a stelle e strisce. Il teatrino al G7 in Baviera tra Merkel e Obama sulla ritrovata sintonia tra i due Paesi in tal senso è preoccupante, perché solo l’intervento last minute della cancelliera e di Hollande questo inverno aveva disinnescato l’escalation. Nel frattempo nella capitale ucraina, dopo il fallimentare gay pride culminato con l’attacco di Pravy Sektor, è stato arrestato Rustam Tashbaev, il leader della cosiddetta “Terza Maidan”; i manifestanti, che avevano piazzato delle tende in piazza dell’indipendenza per fare lo sciopero della fame chiedendo conto al governo delle draconiane riforme messe in atto, sono stati aggrediti da persone dal volto coperto e circondati dalla polizia. Il tutto nel complice silenzio della stampa europea.