Che cosa sta accadendo in Europa? Che cosa sta accadendo con la Turchia? Le interpretazioni semplicistiche che vengono date dai politici nostrani, sono spesso Fallaci (la maiuscola è voluta). I teorici dello scontro di civiltà che, pure in buona fede, chiedono “l’espulsione della Turchia dalla Nato” non tengono minimamente conto di un fatto abbastanza evidente a chi possiede della sensibilità geopolitica. La Turchia non ha agito contrariamente agli interessi della Nato abbattendo un caccia russo al confine con la Siria. Anzi. Ankara non a caso ha incassato, nelle ore successive, il supporto morale dell’alleanza atlantica che ha dichiarato “il diritto della Turchia a difendersi”.  Un supporto che è emerso nuovamente in occasione della presentazione, da parte di Mosca, delle prove fotografiche del coinvolgimento di Erdogan nel traffico di petrolio trafugato dai miliziani dello Stato Islamico.

Il fatto che l’Europa abbia scelto proprio un momento così delicato per riavviare i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione suona, a voler pensare bene, come una beffa. A voler pensare male suona invece come un premio. Una cosa è certa. L’aggressività della Nato nei confronti della Russia è in una fase crescente. L’offerta per l’ingresso nell’alleanza al Montenegro, che ha fatto infuriare Vladimir Putin, non è che l’ennesima prova della volontà, da parte degli angloamericani, di sottrarre pezzo dopo pezzo l’area dei Balcani a una possibile influenza di Mosca. In Medio Oriente invece avanza il progetto per un integrazione geopolitica crescente tra l’Europa e il mondo arabo sunnita, ricco alleato degli Stati Uniti e della Nato. Un progetto che punta a realizzarsi anche attraverso interessi energetici divergenti rispetto a quelli di Gazprom, il gigante russo dell’energia e del gas, che mira al potenziamento delle proprie pipelines con la costruzione di una linea diretta attraverso l’Iran, l’Iraq e la Siria. Il progetto alternativo per le forniture di gas riguarda infatti una pipeline costruita congiuntamente da compagnie americane, Turchia e Qatar e che porterebbe Ankara a sganciarsi dalla propria dipendenza da Gazprom, di cui è attualmente il secondo maggior cliente. E gli Stati Uniti a sganciare ulteriormente l’Europa dai rapporti con Mosca, obiettivo che richiede quindi una rapida rimozione di Assad dal palazzo presidenziale di Damasco.

Ecco che quindi il secolare conflitto tra il mondo arabo sciita (Iraq, Iran e Siria) e quello sunnita (Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti) si inserisce oggi in uno scacchiere più ampio, quello del confronto tra la visione geopolitica atlantica e quella eurasiatica a trazione russa e cinese. In questo intricato valzer si scontrano anche due differenti visioni sul futuro d’Europa: l’Eurabia, progetto di integrazione economica tra l’Occidente e il Medio Oriente sunnita, ovvero il famoso distretto commerciale EMEA (Europe and Middle East, nda) già configurato dalla maggior parte delle multinazionali americane e l’Eurasia che punta invece a un’integrazione con la Russia e l’Asia centrale per giungere fino alla Cina, ricreando così l’antica “via della seta”, che dalla Cina imperiale arrivava a Roma passando per la battriana e l’attuale Siria. Da notare che, se l’integrazione eurabica a livello geopolitico è ancora in prospettiva, lo è meno a livello etnico. Il progressivo e crescente riversarsi di immigrati di origine mediorientale sul suolo europeo, di cui buona parte di religione musulmana e sunnita, può avere, anche in virtù della maggiore natalità rispetto alla popolazione autoctona, sul medio e lungo periodo l’effetto di mescolare due mondi oggi apparentemente inconciliabili: l’Occidente liberale, ateo e svirilizzato e l’Islam sunnita, paradossalmente in grado di soppiantare il decadente pensiero debole occidentale, dei cui rappresentanti politici attualmente si sta servendo, attraendo sempre più immigrati di seconda e terza generazione alienati e radicalizzati dalle vigenti logiche economiche antisociali e antiumane.