Lavoro finito, è tempo di tornare a casa; è questo il senso del discorso con il quale il presidente russo, Vladimir Putin, ha decretato la fine delle operazioni militari in Siria a cinque anni esatti dallo scoppio della guerra civile. Un lustro di guerra che lascia dietro di sé migliaia di morti ed un parse, quale quello siriano, dilaniato dalla catastrofe del conflitto bellico ed a rendere questo triste anniversario decisamente sorprendente, è proprio l’inquilino del Cremlino. Nel breve volgere di poche ore, nello scorso settembre Putin è riuscito a far approvare dalla Duma il via libera per le prime operazioni militari russe all’estero dal 1991 ad oggi, il 14 marzo il ‘rompete le righe’: “Obiettivi raggiunti, adesso spazio alla politica” afferma da Mosca il primo cittadino russo. A dare manforte alle dichiarazioni del governo russo, sono i numeri: al di là dei chilometri quadrati ripresi da Assad in questi mesi con l’aiuto fondamentale dell’aviazione russa, si registrano migliaia di incursioni aeree, decine di basi logistiche dei terroristi annientate e soprattutto il generale rovesciamento della situazione sul campo.

Ma il lavoro della Russia non appare davvero finito; ad un primo sguardo, sembra quasi che Mosca lasci le redini al solo esercito siriano proprio sul più bello: Palmyra e Raqqa iniziano ad avvertire il rumore dell’artiglieria dell’esercito di Damasco, l’inespugnabile provincia di Idlib inizia ad essere attaccata da nord e da sud, per non parlare delle avanzate a nord di Aleppo. Tutto questo è stato possibile, senza ombra di dubbio, grazie all’azione dell’aviazione russa; ma il ritiro della Russia sembra dettato da diversi motivi, in primo luogo quello di dimostrare buona fede agli occhi dei recalcitranti e poco lungimiranti ‘partner’ occidentali. La mossa di Mosca mira a lasciare un canale aperto al dialogo, preferendo mostrare adesso agli USA in particolar modo la carota, dopo che il bastone manovrato da Putin è servito in questi mesi a frenare le avanzate di ISIS ed Al Nusra ed a ridare ossigeno e fiato al regime guidato da Bashar al Assad. Adesso nessuno può accusare la Russia di eccessivo interventismo; Mosca ha fatto la sua parte, ossia quella di chi esegue chirurgicamente il proprio lavoro prima di andar via, togliendo quindi argomentazioni a chi fino a qualche ora fa si è dilettato ad accusare Putin di mire imperialiste. Ma non solo: il governo russo toglie di fatto scuse a quelle cancellerie che ancora oggi tengono una posizione ad esso ostile, ponendosi anche agli occhi dell’opinione pubblica occidentale come invece un serio interlocutore a cui dare molta più fiducia rispetto alle stesse istituzioni europee e questo, per via indiretta, può avere importanti effetti mediatici in relazione al conflitto mai sopito in Ucraina, visto che adesso la Russia può presentarsi agli occhi del mondo come una nazione che lavora per ristabilire determinati equilibri e non per destabilizzarli.

Proprio l’impatto mediatico è quello su cui Putin adesso punta maggiormente; quella nazione tanto bistrattata ed accusata fino ad arrivare anche alle sanzioni, adesso è la prima a depositare le armi negli hangar per facilitare il percorso politico. Una salita ripida quest’ultima, ma necessaria; la mossa russa è nient’altro che puro pragmatismo politico/militare: per conquistare l’intera Siria, Assad dovrà ancora tenere esercito e popolazione in balia degli eventi bellici per almeno altri 12 mesi, un lasso di tempo non sopportabile da un paese devastato già da cinque anni di guerra. Con la sua mano disarmata, Mosca prova a ricucire forze politiche e società siriane, con il presidente Assad pronto anche a fare la sua parte e ad aprire il proprio governo a nuovi soggetti ‘moderati’; l’intento probabilmente, è conquistare Idlib ed il territorio dell’ISIS, cercando al contempo di iniziare a costruire le basi per la Siria del dopoguerra e proprio su questo fronte potrebbero sorgere delle divergenze tra Russia ed Iran: la prima opta per uno Stato federato, di modo che i curdi possano mantenere le proprie posizioni conquistate sul campo senza uscire fuori dall’orbita di Damasco (circostanza comunque temuta da Erdogan, il quale non a caso da giorni cannoneggia postazioni dello YPG), da Teheran invece non sarebbero d’accordo circa questa ipotesi. Ma il quadro appare chiaro: il compito lasciato sul campo ad Assad è meno arduo, le bombe dell’aviazione russa in questi mesi hanno rovesciato le sorti del conflitto, adesso Mosca cerca di portare il tutto sul piano politico, mentre Damasco prova a stanare le resistenze dei terroristi. USA, Turchia, Francia, Arabia Saudita e relativi alleati, non possono adesso tirarsi indietro circa i tentativi di riportare ordine in Siria e contemporaneamente sembra perdere sempre più senso logico la posizione di chi aprioristicamente vuole il Bashar al Assad fuori da ogni gioco.

Convenienze militari, opportunità politiche, saggezza mediatica; sono questi gli elementi che hanno decretato la decisione di Putin di iniziare a mandare in congedo le sue truppe dalla Siria. Ma c’è anche un’altra considerazione di natura economica, che di certo non può sfuggire: le casse del Cremlino sono state spremute abbastanza in questi mesi per poter finanziare una siffatta operazione militare. Alleggerire il peso del contingente russo, vuol dire anche ridare peso ad un bilancio costretto a periodi di vacche magre per via della difficile congiuntura economica; Putin quindi, anche per via della pressione di una certa opinione pubblica, non vuole avventurarsi in altri dispendiosi mesi di guerra. Ma la Russia comunque, come prevedibile, non va via dalla Siria; al di là delle due basi militari di Latakia e Tartus, Mosca mantiene la flotta al largo dei porti delle città sopra citate, così come l’aviazione è chiamata nei prossimi giorni ancora ad altri raid contro l’ISIS. A lasciare definitivamente il campo, sono invece i militari di alcune forze speciali che, seppur in maniera non ufficiale, hanno dato un grande impulso alla riconquista quasi integrale della provincia di Latakia; ma in ogni caso, e questa appare un’altra manovra strategica, lo stesso Putin non ha indicato date certe in merito al graduale ritiro delle forze sul campo, un modo in più per indicare come oltre all’intenzione di lasciare (parzialmente) la Siria, vi è anche la volontà di tenersi sempre in allerta per via di eventuali drastiche azioni di alcuni altri attori, Erdogan ed i Saud in primis. Intanto, proprio sul campo, si continua a cercare di rompere le tante prime linee dell’ISIS: a Palmyra oramai si è a due chilometri dal centro, ad est di Aleppo l’area è stata interamente riconquistata, mentre a sud est di Homs le truppe regolari siriane avanzano verso Quaryatayn, città cristiana occupata nello scorso agosto da Daesh.