Le minuscole tessere che spaziano dal turchese al blu profondo, e che ornano, in modo magnifico, le cupole e le porte della necropoli di Shah-i-Zinda, sono state testimoni, sabato, di uno spettacolo dal sapore antico e misterioso che solo città come Samarcanda possono ancora offrire al mondo odierno. E non fosse stato per le fogge occidentali dei vestiti, divenuti – talvolta goffamente – divise d’ordinanza anche in questa remota area del pianeta, si sarebbe davvero potuto pensare di assistere al funerale di un khan del XVII secolo; quando questa città millenaria situata lungo la Via della Seta brillava ancora di ricchezza e splendore.

La morte di Islam Karimov, nato nel 1938 e presidente-padre-padrone della Repubblica dell’Uzbekistan sin dall’indipendenza dall’URSS ottenuta nel 1989, è un evento che pone interrogativi di rilevanza geopolitica e, soprattutto, lascia un vuoto di potere che ancora non si sa come e quando verrà colmato. Non si è infatti abituati alle successioni, men che meno a quelle democratiche, in Uzbekistan – repubblica centro-asiatica suddivisa per secoli in khanati spesso rivali tra loro e divenuta Stato indipendente con gli attuali confini, solo all’indomani del dissolvimento dell’Unione Sovietica. Ma la traduzione del nome di Shah-i-Zinda (“imperatore vivente”), le migliaia di petali di rose bianche intorno alla bara per metri e metri, e la sincera commozione apparsa sui volti di migliaia di cittadini, la dicono molto lunga sul significato che quest’uomo ha avuto per il suo paese.

Karimov, nella miglior tradizione uzbeka, ha governato in modo totale ed autoritario il suo Paese facendone una Repubblica islamica caratterizzata da un forte sentimento nazionalista. Piegata, anche in questo caso ispirandosi alle usanze locali, da una corruzione devastante e da un sistema clientelare che ha visto negli anni prosperare i clan del presidente e della sua corte a discapito di gran parte della popolazione ridotta alla povertà. E che, dati alla mano, tira a campare più grazie al mercato nero e alle rimesse provenienti dagli emigrati in Russia che non dai proventi delle materie prime di cui il Paese è pur ricchissimo – ma che non vengono ben sfruttate. I suoi non pochi detrattori, forse vedevano in questo anacronistico sovrano (ma perfettamente a suo agio nel ruolo di regnante musulmano nel cuore dell’Asia centrale) una reincarnazione del perfido emiro Nasrullah di Bukhara, immortalato ne Il Grande Gioco. Per il modo, squisitamente centrasiatico, in cui ha governato in questi 27 anni: totale assenza di democrazia, limitazioni alla libertà di stampa e di espressione, forte controllo sulla popolazione con metodi talvolta violenti, incentivi al lavoro minorile e incapacità di perseguire economie con cui dare slancio all’economia. Sicuramente, ben più che pettegolezzi volti a screditarlo. Ma il punto più basso nei suoi 27 anni di governo rimane di certo la ferocia con cui schiacciò una rivolta di lavoratori ad Andjian, nel 2005, che lasciò sul terreno quasi 200 morti (ma si mormora che fossero molti di più). Anche per tutti questi motivi, Karimov non è mai stato oggetto di particolare considerazione da parte dei leader del mondo occidentale, neanche nel giorno del suo funerale. Sbagliando in termini umani, forse; sbagliando in termini di realpolitik, sicuramente.

Appena una ventina di dignitari di paesi esteri si sono, infatti, presentati alle esequie. Tra di essi, un composto Dmitry Medvedev in rappresentanza della Madre Russia, padrona per molto a lungo di queste terre che continuano ad esercitare un grande fascino all’interno del Cremlino. Anche se dalle attenzioni di Mosca, così come da quelle di Washington e Pechino, Karimov stesso aveva preferito tenersi alla larga; in un’ottica di fiero (e miope?) isolamento dalle tre grandi potenze mondiali desiderose di mettere mani e piedi dentro questo Paese strategicamente fondamentale per motivi geopolitici, energetici ed economici. Situato nel cuore di un territorio – l’Asia centrale – con un sottosuolo ricchissimo, grande più dell’Europa e abitato meno dell’Italia. Ma che, solo e senza alcuna ventata d’aria fresca che arrivi dall’esterno, continua ad essere povero.

Non solo accuse, però, si sono sprecate nei giorni intorno alle esequie. Un merito ad essere universalmente riconosciuto al “khan” Karimov è l’aver tenuto i fondamentalisti islamici fuori dall’Uzbekistan ed in generale dall’Asia centrale. Facendolo quindi tornare un Paese islamico sì, dopo il dominio sovietico ateo e marxista, ma allo stesso tempo intransigente nella repressione di Al-Qaeda prima, e di Daesh, poi. Arrivando, all’epoca, ad appoggiare la guerra della NATO in Afghanistan (suo dirimpettaio) e ad ospitare una base americana all’interno dei propri confini per qualche anno. Più in generale, insieme alla lotta ai salafiti, a rendere parzialmente onore alla figura di Karimov è stata la sua garanzia di stabilità in un’area così delicata. Elemento che ha attratto, negli anni, il favore di mezzo mondo – testimoniato, dal non aver mai portato alcun leader straniero a prendere seriamente in mano il dossier relativo alle sistematiche violazioni dei diritti umani compiute. Come a voler dire, un prezzo per la stabilità lo si deve pur pagare in qualche modo.

Oggi lo scettro del potere sembra debbano contenderselo Shavkat Mirziyoyev – Primo ministro – e Rustam Azimov – il suo vice. Oltre a loro, altri nomi nell’ombra come ipotetiche sorprese. La scelta spetterebbe ai vertici del temutissimo servizio di sicurezza nazionale e, si bisbiglia, anche ad una delle figlie di Karimov, Lola, degna erede del padre a differenza della sorella Gulnara, caduta in disgrazia proprio per mano paterna negli anni scorsi. Chi la spunterà? E chi tra Russia, Cina e Stati Uniti riuscirà a strappare un ruolo egemone all’interno del nuovo Uzbekistan (sempre se di nuovo si tratterà)? Il valzer centrasiatico di intrighi e bramosia di potere, volto alla conquista del trono vacante uzbeko, è appena iniziato.